"Il consiglio ai clienti? Non firmino contratti che non capiscono"
UDINE. La trasparenza, che è la condizione necessaria per garantire correttezza, diventa la parola d’ordine anche nel sistema bancario italiano, costretto a “piegarsi” alle stringenti regole europee. Compreso il Bail-in, ovvero le nuove disposizioni sulle modalità di intervento, nel caso fosse necessario, per risolvere le crisi bancarie.
Modalità «corrette» per Stefano Miani, professore di Economia degli intermediari finanziari all’università di Udine. «La banca è un’impresa e gli azionisti devono essere consapevoli che il capitale investito può essere a rischio». Così come si incassano gli utili, si devono coprire le perdite.
E sulla via imboccata dalle due Popolari - Veneto banca e BpVi - la soluzione individuata «è ragionevole». Infine ai consumatori, il consiglio è di acquistare «solo ciò di cui si ha bisogno e che si comprende».
Professor Miani, come giudica la situazione attuale del sistema bancario? Il riferimento va alle quattro banche oggetto di un’operazione “salvataggio” pesantissima per i risparmiatori, e alle due Popolari venete impegnate in altrettante operazioni di risanamento.
«Va detto che di banche con qualche problema ce ne sono sempre state, solo che in passato le situazioni di difficoltà venivano risolte senza che molti se ne accorgessero, o quasi, e con modalità non ortodosse».
Adesso invece?
«Adesso vengono meno i metodi discrezionali e i processi devono essere trasparenti. In questo modo diventa difficile convincere qualcuno ad acquistare un istituto in gravi difficoltà».
In passato anche lo Stato non era restato a guardare.
«Vero, è emblematico il caso del Banco di Napoli. Oggi con l’unione bancaria non è più possibile e dal 1° gennaio 2016, con l’entrata in vigore del Bail-in (prevista dalla Bank recovery and resolution directive, la direttiva europea sul risanamento delle crisi bancarie), è proprio vietato».
Quali le conseguenze?
«Partirei dal ricordare che una banca è un’impresa a tutti gli effetti, e al pari di tutte le imprese può andare benissimo o può andare in dissesto».
E chi paga?
«Come per qualsiasi impresa, per primo paga la proprietà, e quindi gli azionisti, e poi i creditori. La disciplina sulla tutela dei depositanti esclude solo i risparmiatori con depositi fino a 100 mila euro, l’importo oltre questa soglia può concorrere alle azioni di risanamento».
Ma a lei pare giusto che i risparmiatori, che non hanno molti strumenti per esercitare il controllo, alla fine siano quelli che devono “pagare il conto”?
«Dal mio punto di vista sì. Se uno sceglie di essere azionista di una banca, e quindi di partecipare al capitale, sa di poter correre il rischio di perdere quel capitale, nel caso in cui la banca vada in dissesto. Sarebbe corretto che, da azionista, incasso i dividendi, ma poi quando emergono le difficoltà, è lo Stato a coprire le perdite?»
E sui controlli?
«Il sistema ha funzionato. Banca dell’Etruria, Banca Marche, Carichieti e Cariferrara, erano commissariate da anni, ma non hanno trovato acquirenti. Del resto, in un momento in cui aumentano i requisiti patrimoniali per tutte le banche, sarebbe stato difficile trovare “volontari” disponibili a farsi carico dei problemi di altri».
Parliamo dei risparmiatori “traditi”.
«Va detto che i risparmiatori italiani sono poco educati dal punto di vista finanziario e spesso accade che acquistino prodotti non coerenti con i propri bisogni. A volte sono anche guidati dal mito del “guadagnare sempre e non perdere mai”».
Lei che cosa consiglierebbe?
«Innanzitutto di acquistare solo ciò di cui hanno bisogno e che conoscono. Nel caso in cui invece non comprendano per davvero il prodotto che viene loro proposto, è meglio lasciar perdere».
Venendo alle Popolari e al metodo di concedere prestiti o mutui solo a chi sottoscriveva azioni, è un agire corretto?
«Assolutamente no. Ma la qualità dei rapporti dipende anche dai clienti. Purtroppo in questo Paese ci sono molte “abitudini” sbagliate, a partire da quella di chiudere un occhio di fronte ad un bilancio aziendale poco realistico. Accadesse in altri Paesi, quell’impresa non avrebbe accesso al credito. In Italia invece...»
Le azioni delle Popolari non quotate hanno avuto un bel crollo...
«Si tratta di azioni illiquide che vengono scambiate fuori dai mercati regolamentati. Una volta acquistate si possono vendere solo se c’è qualcuno disponibile ad acquistarle. In caso contrario, essendo un prodotto illiquido, il prezzo può subire perturbazioni anche molto forti e, in casi estremi, può essere impossibile venderle.
Un po’ quel che accade quando si investe in un immobile: oggi lo comperi a 100, domani il mercato cala e non riesci a recuperare per intero il capitale. Un rischio di cui siamo consapevoli. Stessa cosa per le obbligazioni illiquide: chi le acquista deve conoscerle. Il fatto che per 50 anni non sia mai accaduto che i titoli di una banca non quotata siano crollate, non significa che questo non possa accadere».
Le due Popolari sono incamminate verso la trasformazione in Spa e la quotazione in Borsa, percorso che non tutti condividono. Ci sono alternative?
«La soluzione più ragionevole è quella individuata dato che queste due banche sono obbligate a ricapitalizzarsi e se non si quotano in borsa è difficile trovare acquirenti per le loro azioni. Capisco che i soci vorrebbero che la banca riacquistasse quei titoli, ma ciò non è possibile».
Come sta il Fvg? Anche qui c’è una Popolare non quotata.
«Tutte le banche popolari non quotate hanno in astratto il problema della liquidabilità delle loro azioni, ma in concreto non si può generalizzate e vanno esaminate le situazioni caso per caso».
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