Teatro Verdi, il modello Pordenone: «Non siamo un’associazione, ma un’impresa sociale»

Giovanni Lessio svela i segreti del successo: 466 giornate di attività in un anno, bilanci in utile e un pubblico che arriva da Milano. Dalla formazione per 5.000 bambini alla prosa in inglese, ecco come il teatro è diventato un caso di studio nazionale e il fulcro del territorio

Valentina Voi

Investimenti, flusso di cassa, utili. La contaminazione tra economia e cultura è un fattore da mettere in conto intervistando Giovanni Lessio. Che ai numeri non rinuncia, anzi ci gioca: «Prima il Teatro era un bell’edificio, ma salvo le poche serate in cui si faceva spettacolo era spento, chiuso. Adesso è sempre aperto. Nel 2025 abbiamo fatto 466 giornate».

Com’è possibile, se un anno ne conta 365? «Facciamo anche più attività all’interno dello stesso giorno» dice sorridendo il presidente del Verdi. Ma torna subito serio. «L’idea è di valorizzare un investimento sociale: tutti noi abbiamo contribuito a costruire questo teatro, quindi deve dare delle risposte anche come utilizzo degli spazi».

Per capire questa piccola rivoluzione bisogna partire dagli inizi. «Ho ereditato un’associazione culturale, l’ex Associazione per la prosa, che gestiva dei locali» spiega. «Faceva il cartellone: io, che venivo da Cinemazero, ero sorpreso. La mia era una realtà che invece era già aperta al territori, a collaborazioni, alle sperimentazioni». A pesare, sottolinea, c’è anche l’esperienza in banca. «Una banca che prima era stata aggregante, poi aggregata: siamo sempre stati spinti a fare attività particolari, come mostre d’arte al piano terra del palazzo Cossetti».

Quando arriva al Verdi Lessio porta il suo background. «La rivoluzione, tra virgolette, che c’è stata a livello di mentalità è stata quella di passare dall’idea di un’associazione culturale che gestiva uno spazio a quello di un’impresa che doveva far fruttare un investimento pubblico di qualche decina di milioni di euro. E quindi partendo da questa logica mi sono subito chiesto come fare in modo che il teatro fosse una voce autorevole all’interno della realtà non solo cittadina, ma anche territoriale. L’altra idea che ho portato avanti è quella che il teatro non fosse della città, ma che rappresentasse tutto il pordenonese».

Il primo passo è stato abolire la stagione, sostituendola con una programmazione spalmata su tutto l’anno e su tutto il territorio: spettacoli, ma anche incontri. «Da lì abbiamo quindi acquisito un ruolo all’interno del panorama culturale ma anche istituzionale della città e del territorio. Potrei anche dire della ragione – continua Lessio –. Siamo diventati per questo anche un piccolo caso di studio anche a livello nazionale: nel nostro piccolo, umilmente, si comincia a vedere Pordenone proprio perché anche c’è un teatro che è molto più di un teatro».

Un’apertura al mondo che si esplica con le numerose collaborazioni avviate dal Verdi. «L’esempio più eclatante la Gustav Mahler Jugendorchester, che ci lancia anche a livello europeo e che è ormai è più di 10 anni che è in residenza qui. Con il 2027 cercheremo di mettere ulteriormente a frutto con alcuni progetti che abbiamo ipotizzato». Musica come linguaggio internazionale, senza dimenticare i premi musicali e la formazione: ogni anno 5 mila bambini vengono coinvolti nelle proposte legate alla musica lirica con Aslico.

Capitalizzare relazioni e spazi, senza dimenticare i bilanci. Il Verdi «ha sempre e volutamente chiuso con un piccolo utile: i soldi pubblici vanno utilizzati fino all’ultimo cent perché se non riusciamo a investire tutto vuol dire che non siamo capaci di pianificare. Noi ci siamo riusciti benissimo, grazie tra l’altro anche una direttrice come Marika Saccomanni, iper professionale e competente». In risultati, sottolinea Lessio, sono arrivati.

«Il pubblico, soprattutto della musica, viene da un territorio molto più vasto della città: per alcuni spettacoli addirittura da Milano. Il bacino ormai è Pordenone, più tutte le province limitrofe, quindi da Belluno, Treviso, Udine. Sulla prosa siamo stati più bloccati dal fatto che ha una caratteristica molto diversa dalla musica: la lingua. Stiamo tentando alcuni esperimenti di prosa anche in lingua inglese per i giovani, che funzionano anche abbastanza bene. È stato il settore nel quale abbiamo cercato di vivacizzare di più ma è un lavoro un po’ più sotto traccia: credo che adesso esploderà. Inoltre notiamo c’è un certo rinnovamento anche di pubblico: il teatro è ancora uno dei pochi spazi in cui non c’è uno schermo che divide l’attore dal pubblico e questo è percepito, e gradito, soprattutto dai giovani»

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