“Fuga” nel deserto per scoprire se stessi

Il pordenonese Max Calderan da esploratore estremo a guida per chi «vuole capire quale direzione prendere nella vita»
Di Toni Zavagno

Si chiama “Desert coaching experience” ed è un percorso dedicato alla scoperta di un metodo personale per migliorare il rapporto con se stessi e gestire al meglio le proprie risorse in un paesaggio incontaminato e suggestivo. A fare da guida in questa esperienza formativa «unica, irripetibile e totalizzante, che interessa corpo, emozioni e cervello, vivendo un nuovo ambiente all’interno del quale il soggetto si trova improvvisamente a fare i conti con esperienze sconosciute, nuovi ruoli e funzioni», è il pordenonese Max Calderan, esploratore estremo, detentore di dieci primati mondiali, mental coach e sport trainer, che lo consiglia «a persone che in un momento della loro vita hanno dubbi sulla direzione da prendere, sentono che le giornate passano a vuoto e vorrebbero trovare una via di uscita, ma non sanno dove andare». Il tutto avviene nel deserto Empy quarter, negli Emirati Arabi.

Limiti superabili. Per partecipare non serve una preparazione particolare. Non ci sono obiettivi sportivi, ma si punta a «rendere consapevoli le persone – spiega Calderan – del fatto che i limiti sono superabili con l’utilizzo di strategie particolari. In questo caso si instaura un parallelismo tra le difficoltà che si incontrano nel deserto (dune, caldo) e quelle che siamo chiamati ad affrontare nella vita di tutti i giorni». Tre notti trascorse nel deserto significano una «non stop esperienziale in cui si applicano strumenti di controllo mentale, fisico ed emozionale in mezzo alla natura. Vengono coinvolte risorse – continua – che non ci ricordiamo di avere. Una parte viene dedicata alla gestione del sonno, una alla gestione della paura e degli attacchi di panico in un ambiente estremo, una parte al problem solving dovendo affrontare imprevisti, infine una alla leadership, essendo chiamati a prendere decisioni in situazioni fuori della norma. C’è poi una parte più romantica: cammineremo in un ambiente incontaminato, non aperto al turismo, in cui si incontrano soltanto comitive di beduini con i cammelli».

Dal sogno alla realtà. Un rapporto, quello di Calderan con il deserto, che nasce sin da bambino, da quando, a 7 anni, era già attirato da quelle misteriose e affascinanti distese di sabbia: «Un sogno che adesso posso dire di avere realizzato, prima con imprese estreme, attratto da quei luoghi nei quali nessun essere umano era passato prima di me, e ora cercando di trasmettere quanto assimilato a persone che vogliono avvicinarsi al mondo del deserto e che possono approfondire la conoscenza di se stesse e nel contempo quella di culture diverse, tornando alla fine a casa con strumenti che si rivelano utili nella vita quotidiana. Andare nel deserto significa un po’ tornare alle origini, guardare con gli occhi quello che altri non hanno potuto mai vedere prima, cercare una risposta alla domanda fondamentale sul senso della vita. Si aprono porte emozionali che ti spingono a superare i limiti».

Un mondo da scoprire. Negli Emirati Arabi convivono 200 nazionalità diverse, «Dubai è un modello di integrazione», sottolinea Calderan, che da qualche anno si è avvicinato al mondo arabo – tanto che ormai trascorre metà anno in Medio Oriente – rimanendo affascinato «dalla capacità di realizzare opere faraoniche e di emergere nel mondo del business, anche partendo dai soldi che arrivano dal mercato del petrolio, e di rimanere nel contempo persone di una semplicità estrema. Pure nelle case dei più facoltosi ci si ritrova tutti a condividere per terra cibi che si mangiavano secoli fa. Il rapporto umano ha ancora una grande importanza, così come il concetto di famiglia».

L’uomo che non si ferma. Ma per l’uomo dei dieci record non è ancora arrivato il momento di riposarsi, di essere soltanto una guida per gli altri: ci sono ancora sfide da affrontare. Calderan ha da poco completato un documentario con Al Jazeera che sarà presentato a Doha in aprile e sarà distribuito in tutto il mondo: si tratta di un viaggio alla riscoperta dell’uomo, che, «sostenuto da un forte credo, può spingersi a compiere imprese ritenute impossibili». Ad attenderlo, tra fine marzo e metà aprile, c’è una nuova impresa nel deserto Nafud, mille chilometri a nord di Riad, spazzato da un forte vento e con una sabbia finissima, simile allo zucchero. «Cercherò di attraversarlo tutto, circa 300 chilometri, in meno di 72 ore, senza soste».

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