Friulano in classe? No grazie

PORDENONE. Friulano a scuola? No grazie. A chiedere alle famiglie di non avvalersi dell’insegnamento della lingua friulana – quella per la quale la Regione stanzia ogni anno risorse a favore degli istituti scolastici – è addirittura una dirigente scolastica. Nadia Poletto, dirigente dell’istituto comprensivo sud di Pordenone (che comprende le scuole primarie Gozzi, De Amicis e Rosmini, oltre alle scuole dell’infanzia di via Mantegna, Villanova e Vallenoncello) lo ha detto chiaramente alle riunioni – indette nell’ambito della scuola aperta – ai genitori dei bambini che a settembre entreranno alla primaria e che dovranno essere iscritti compilando i moduli on line entro la metà di febbraio.
«Rispetto al friulano vi chiedo di non avvalervi della materia – ha detto Poletto con la schiettezza che la contraddistingue – perché dovremmo sottrarre un’ora, delle 27 a disposizione (ndr per chi non fa tempo pieno), per insegnare una materia in friulano».
La legge regionale 29 del 2007 si applica ai Comuni che rientrano nel territorio friulanofono (riconosciuto dalla norma regionale 15 del 1996) e tra questi c’è anche Pordenone, anche se nella realtà il friulano non viene parlato in città: il “pordenonese” è un dialetto veneto che nulla ha a che fare con la marilenghe, anche se in città non mancano persone che parlano il friulano in famiglia. Come recita la norma «Nella programmazione dell'insegnamento della lingua friulana da parte delle istituzioni scolastiche sono comprese le modalità didattiche che assumono come modello di riferimento il metodo basato sull’apprendimento veicolare integrato delle lingue» e questo significa che i bambini dovrebbero fare un’ora di storia piuttosto che di matematica in friulano.
Stessa possibilità è offerta alle scuole dell’infanzia (e non a caso quando ci si reca in segreteria per iscrivere i bambini a scuola, è lo stesso personale a dissuadere i genitori dal presentare la richiesta).
Il paradosso è che per questa materia, che nessuno di fatto richiede, la Regione stanzia ogni anno dei fondi (che le scuole si ripartiscono in base a progetti e numero di richieste), mentre per gli insegnamenti di base il Ministero tende sempre più a contrarre risorse, soprattutto in termini di docenza.
E’ singolare che in prima elementare i bambini italiani – e l’Italia fino a prova contraria fa ancora parte dell’Europa – nella scuola pubblica studino solamente un’ora di inglese a settimana. Allo stesso tempo l’orario settimanale prevede due ore di religione (rispetto alla quale le famiglie possono avvalersi di insegnamenti alternativi). Religione che però non può essere catechismo bensì storia delle religioni.
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