«Fra dieci anni la Cina sarà il primo mercato al mondo»

di Gian Paolo Polesini
Lotta dura con ordinata rivalità. La storia sta con noi ed è robusto patrimonio del vecchio continente; . Nouvelle Vague e Neorealismo garantiscono la sopravvivenza dei remember, sempre più isolati come i virus. Se ne stanno là in fondo, ogni tanto qualcuno li rievoca e poi se ne tornano nel dorato oblio. Il mondo si ribalta spesso e chi evita le capriole si ritrova senza il passo del futuro. Dunque, c’è un mercato forte, ma non è il nostro. L’Europa vivacchia di gloria senza poter fare alcunché per ritornare leadership. I soldi non abitano qui, maledetti loro. E Hollywood, pur restando padrona dell’attico, sente spifferi e correnti anomali per gente abituata ad avere i doppi vetri antiproiettile. Trema il palazzo, la Mecca lentamente si crepa. Nessuna violenza. L’avanzata è massiccia, ma per nulla bellica. Il secondo mercato mondiale - quello cinese - scalpita per spodestare gli american boys.
«Un dominio scricchiolante - spiega il produttore honkgonghese Albert Lee, al Feff per accompagnare Ip Man - The Final Fight, ieri sera al Nuovo nell’attesissima European première - proprio per l’opulenza in ascesa del sistema cinematografico cinese. In dieci anni, per tenerci larghi, la Cina sarà la padrona del cinema. Non serve essere infallibili indovini, l’industria cresce con il ritmo folle di un più trenta per cento l’anno». Hong Kong è Cina, ma non è del tutto Cina. Dal ’97 si è levata da dosso il peso di colonia britannica entrando nella grande famiglia, pur restandone fuori. «Diciamo come fosse una regione a statuto speciale. Ha una sua amministrazione - spiega Lee - e un suo governo. Ci hanno dato mezzo secolo di tempo per diventare cinesi veri».
I fareastiani della prima ora - e s’intenda il 1998 - intuirono la potenza cinematografica orientale honkgonghese. La rassegna numero zero fu azzardo e fiuto, segnò comunque una traccia sulla quale migliaia di persone ci hanno camminato sopra. E ora, sedici anni dopo la mitragliata friulana di action made in Hong Kong? (Allora la penisola della costa meridionale produceva magnifici film a perdifiato). «La metropoli sta cercando una sua propria identità - racconta ancora Lee - e tenta di riprendesela con il cinema. Ci si rannicchia sui sentimenti radicati, quelli pregni del luogo, consapevoli che la grande madre Cina non accoglierà volentieri il frutto. In realtà esistono due universi paralleli. Il mercato cinese è venti volte il nostro; se lo penetri hai un ritorno vivace, altrimenti ti devi accontentare». Dolenti note. La censura. Ci devi passare per forza come sul via se giochi a Monopoli.
«Ovviamente se l’obiettivo è ampio, per i censori ci devi passare e finché non timbrano il tuo destino fluttua». Non è notizia del giorno se vi diciamo quanto gli States puntino, sbavando, il supermercato orientale. Lo mirano accuratamente. «Hanno accesso in Cina una novantina di prodotti americani a stagione. Il potere limita le visione per paura di soffocare il giro interno». C’è un deciso rialzo di teste o new generation se preferite. La Hong Kong dei giovani non tollera più sudditanze. E l’opera hip hop The way we dance (oggi alle 15.25) sa di rivalsa.
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