Fidanzati uccisi, la paura di ritorsioni rallenta la caccia al killer

Seconda chiamata per alcuni testimoni. Torna la pista del mandante. Il dubbio: chi ha subito un eventuale sgarbo
non si sarebbe fatto giustizia da solo

PORDENONE. E’ cominciata ieri, nella caserma dei carabinieri di Pordenone, la “seconda chiamata” per alcuni delle decine di testimoni sentiti nelle tre settimane dopo il delitto. Sinora i verbali firmati sono stati 250, 25 le testimonianze ritenute significative e sulle quali, per focalizzare le indagini, vengono eseguiti approfondimenti.

Colleghi di lavoro, sia della caserma del 132° reggimento carri di Cordenons sia della compagnia assicurativa, amici (anche in Puglia e nel Milanese), parenti delle vittime (all’indomani del delitto), alcuni conoscenti.

Una pistola facile da reperire, ma non letale sempre
FOTO MISSINATO - RIS AL PALAZZETTO

Cinque hanno sentito gli spari, scambiandoli per miccette, «come avrebbero fatto tutti, in una città come Pordenone»: sono l’amico che ha salutato Teresa e Trifone appena salite le scale della palestra, il runner che stava corrento attorno al palasport, un pesista, un atleta e un operaio di Prata che stava aspettando il figlio all’uscita della pesistica, sul lato ovest della struttura sportiva.

Le testimonianze che per gli inquirenti sono «molto utili» restano due, quella dell’amico – che avrebbe visto anche un’auto con motore acceso vicino alla sua e che credeva stesse cercando parcheggio – e quella del runner.

Il cruccio degli investigatori – e per la verità anche dell’opinione pubblica – resta uno: possibile che proprio nessuno abbia visto il o i killer? A quell’ora il parcheggio del palasport era affollato, sia di atleti sia di genitori. Ma nessuno, a quanto pare, è stato testimone diretto dell’omicidio né ha visto gente avvicinarsi o allontanarsi dall’auto della coppia.

«Un’esecuzione efferata». Per dirla con le parole del procuratore Marco Martani, Teresa Costanza e Trifone Ragone erano entrati in contrasto con qualcuno in maniera tale da provocarne l’istinto assassino? In questa risposta, che ancora non c’è, il movente.

Si prospetta un’inchiesta doppiamente complicata. Da un lato le vite da scandagliare sono due, dall’altro potrebbero essere bidirezionali anche le indagini. C’è un mandante e uno o più esecutori? L’ipotesi non viene scartata dagli inquirenti. Col passare del tempo, viceversa, prende sempre più corpo.

Chi ha subito un eventuale sgarbo, forse nel “periodo milanese”, probabilmente non si è fatto giustizia da solo. Troppo pianificato e perfetto, il delitto. Verosimilmente si è avvalso di un sicario, o forse di due, evidentemente esperti, anche se non «sicuramente» professionista.

Qui entra in ballo un’altra testimonianza chiave, quella di colui che avrebbe visto un’auto, fari e motore accesi, di colore scuro, in sosta nel parcheggio. Auto che, poi, si sarebbe allontanata.

E’ verosimile che al volante vi fosse una persona, accanto, il killer, che avrebbe quindi avuto tutto il tempo per agire senza dover pensare anche alla fuga. Un uomo e una donna, o due uomini, uno con parrucca? Nessuno pare sia stato in grado di dirlo con certezza.

La paura di una ritorsione potrebbe avere indotto qualcuno a non dire proprio tutto. Da qui la necessità di risentire alcuni testimoni.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

Riproduzione riservata © Messaggero Veneto