Fack, barista udinese, in ospedale con il casco per l’ossigeno: «State molto attenti, il Covid non è un gioco»

UDINE. «State attenti, non è una passeggiata». Gianluca Fachechi, conosciutissimo a Udine per essere il gestore del Giangio Bar di piazzale Chiavris, da domenica 1 novembre è ricoverato al Santa Maria della Misericordia per Covid.

«Sono con il casco per l’ossigeno, non riesco a parlare, me lo levano solo al mattino, per pranzo e cena. Non più di mezz’ora alla volta».

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Il suo locale riaprirà giovedì 5, dopo tre giorni di stop necessari per portare a termine le operazioni di sanificazione degli spazi e per avere gli esiti (negativi) dei tamponi dei collaboratori.

Fachechi invece ne avrà ancora per qualche settimana. È stato lui stesso a scriverlo sui suoi canali social: «Credo che per tutto novembre non sarò reperibile. Grazie per chi verrà a darci una mano a riprenderci un po’di dignità».

Fachechi ha voluto testimoniare la sua esperienza pubblicamente, accettando di farsi intervistare, anche per sensibilizzare chi è ancora scettico sulla reale pericolosità del Covid-19.

«Prima di domenica sera, giorno del ricovero – scrive il Fack, com’è soprannominato il barista di Chiavris, utilizzando WhatsApp – erano sei giorni che ero a casa con la febbre alta. Ho fatto immediatamente il tampone in privato, dovendomi recare fino alla Polismedica di San Vito al Tagliamento, unica struttura a farmelo fare il giorno dopo la chiamata in modalità drive-in, avendo la febbre.

Da lì in poi, mentre aspettavo la risposta, in comunicazione diretta con il mio medico curante, mi preparavo al peggio appena la saturazione fosse scesa sotto i 90. Sabato mi hanno telefonato per dirmi che ero positivo e domenica mi hanno ricoverato».

Da lì è cominciato il calvario di Fachechi, con il livello di ossigenazione del sangue che è sceso e con i medici che sono stati costretti a utilizzare il casco per l’ossigeno. «Ho scompensi respiratori – ammette – e difatti, oltre a tutta la terapia antivirale, sono costretto a portare costantemente il casco per l’ossigenazione».

Non riesce ancora a spiegarsi come sia potuto venire in contatto con il Covid: «Non ho idea di come sia avvenuto il contagio, ma lavorando in un bar tutto è possibile», confida.

Fachechi ha 49 anni, una fascia d’età che non è considerata la più a rischio per il contagio: «Purtroppo mio cugino a Bergamo, altri amici negli States e alcuni miei clienti sono stati soggetti a questa subdola malattia, quindi ero e sono cosciente di quello che è il Covid», afferma.

Non a caso il Fack ritiene che il governo avrebbe dovuto replicare la chiusura di inizio marzo per evitare che la seconda ondata colpisse il Friuli e il resto d’Italia con questa forza: «Il primo lockdown è servito e personalmente ne avrei fatto un altro per tutto il mese di novembre», aggiunge.

«La seconda ondata era prevedibile – prosegue il barista udinese – per questo avrebbe dovuto essere potenziato il servizio sanitario. Proprio i medici vanno considerati i veri eroi di questo periodo di emergenza».

Amici e clienti, sui social e via WhatsApp, hanno voluto rivolgere un grande in bocca al lupo al Fack, con l’auspicio di rivederlo presto dietro al bancone del suo locale in Chiavris.—

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