Fabrizio Gatti a Vicino/Lontano: «La nostra resa ai poteri criminali»
il suo libro “Gli anni della peste” (Rizzoli)
un viaggio da infiltrato nel cuore della Mafia

di Gian Paolo Polesini
La verità è fatica, non la stringi con facili gesti. Devi per forza stanarla. Per natura la limpidezza non ama la luce, né i luoghi accessibili. E se t’imponi di raccontarla, perché questo fai di mestiere, scavalchi il limite. Non chiamatelo scrittore, «il mio è un solamente un reportage», premette. Eppure leggendo Gli anni della peste (Rizzoli), il giornalista Fabrizio Gatti, inviato de L’Espresso, ha il passo serrato di un giallista fatto e finito con la non trascurabile differenza che lui il marcio non se lo è inventato, l’ha attraversato per davvero. Una vita da infiltrato, canterebbe il Liga se avesse voluto celebrare Gatti anziché il mediano Oriali. Si presenta da operaio del gas per penetrare le maglie della Mafia del quartiere. «Talvolta focolai di criminalità esistono a pochi metri dal tuo ufficio, ma tu non lo sai». Cosa Nostra potrebbe essere ovunque. Forse è ovunque. Già il cronista - «nasco narratore della società in evoluzione» - usò stratagemmi per spiare il mondo dell’immigrazione clandestina. Gatti non è tipo da desk, rifugge dall’idea di restare inchiodato a una scrivania. E le inchieste sue squarciano esistenze fino a quell’istante inattaccabili. Gli sfruttati dei campi di Puglia, gli orrori del Policlinico Umberto I di Roma, il dramma dei kossovari sul confine svizzero and so on... Ed è proprio con Bilal - Il mio viaggio clandestino nel mercato dei nuovi schiavi che il reporter conquista il Terzani nel 2008. E ora il ritorno. «Graditissimo», dice. La mamma nasce a Malisana, un paesino in zona Torviscosa. Domenica 12 Gatti chiuderà di fatto Vicino/Lontano 2013.
- Il morbo della scrittura, solitamente lo è, quando l’ha aggredita?
«Alle elementari. Le solite ricerche con l’enciclopedia. Invece io saltai sulla bici e raggiunsi un paese vicino casa devastato dall’alluvione. E intervistai il macellaio. Il giorno dopo la maestra mi disse: «Fabrizio, bravo, hai fatto il giornalista ieri!».
- Bastò quello...
«Da come sono andate le cose in seguito, sì. Ho usato spesso la bicicletta anche in questi anni. È rimasta un simbolo».
- Non ha paura quando sa di esporsi troppo?
«Il rischio lo affrontiamo tutti noi ogni giorno. Abitiamo un Paese a rischio. Chi è sul campo lo sa».
- Okey, reportage come dice lei. Eppure Gli anni della peste ha qualcosa in più di un resoconto.
«Avendo più spazio delle solite tot cartelle riesci a liberare emozioni che altrimenti restano in disparte. Spero di aver consegnato al lettore immagini solide».
- Non sarà una semplice presentazione, la sua di domenica 12. Si rivela essere una specie di reading letterario più articolato.
«Ho unito più punti di vista. Pezzi del passato a intrecciarsi con il contemporaneo. Con un solo desiderio: far riflettere gli italiani sulla resa incondizionata ai poteri criminali».
- Abbiamo sconfitto il terrorismo e non ancora la mafia. Ci riusciremo mai?
«Nel 1992 avevamo aspirazioni diverse per il futuro, speravamo di ridurla a un crimine banale. Poi accadde qualcosa. Una trattativa. E nulla cambiò. Se la Prima Repubblica si strutturò attorno a una spinta etica, la Seconda è un patto occulto, che continuiamo a subire».
- Ci possiamo definire un popolo tradito?
«Siamo stati lentamente sacrificati. E ricattabili a qualunque livello. Sono state tradite le ambizioni collettive di avere un potere onesto. Come disse Rosaria Costa, moglie di Vito Schifani, l’agente ucciso nella strage di Capaci: “Niente cambierà mai, l’Italia è complice”».
- Noi non ci ribelliamo, la politica stringe mani insanguinate e Cosa Nostra è sempre più potente.
«Si rafforza con il consenso. E con certi parlamentari che si vantano di aver votato il 41 bis, non ricordandosi di aver passeggiato a braccetto con chi, poi, nel 41 bis ci è finito».
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