Dopo “petaloso” ecco “alpinità”

UDINE. Chi non ha sentito almeno una volta, durante una cerimonia, la parola “alpinità”?
Un termine che per chi ha indossato o indossa la divisa e il cappello con la penna ha un significato ben preciso, compreso benissimo anche da chi il soldato non l’ha mai fatto. Eppure si tratta di una parola che non è riportata in alcun vocabolario della lingua italiana e che ogni maestra di scuola sottolineerebbe in rosso. Com’era accaduto con “petaloso”.
Questa volta, però, la parola non è stata scritta in un tema. A farsi avanti è stato un sottufficiale friulano, Giorgio Cecere, 1° maresciallo luogotenente dell’8° reggimento della Brigata Julia in pensione. Cecere ha scritto all’Accademia della Crusca.
«Mi sono accorto che era usata da tutti noi – spiega –, ma che non esisteva per la lingua italiana. Questa breve, ma grande parola per noi soldati alpini e per le popolazioni di montagna è nata spontaneamente e, anche se non riportata nei dizionari, si trova scolpita nel cuore della gente, di tutte quelle persone che popolano le valli dell’arco alpino e le montagne di tutta Italia.
Si tratta di un modo di vivere, un sentimento, un’eredità, che riassume nel suo significato umanità, solidarietà, semplicità, fatica, sofferenza e migliaia di altri concetti, che rafforzano e onorano la gente e le truppe di montagna».
«La parola “alpinità” – si legge nella lettera inviata nei giorni scorsi alla Crusca – fa rima con solidarietà, che è una qualità intrinseca delle popolazioni alpine. È un termine chiaro, che lascia la mente libera di collegarsi ai colori della neve, del cielo e dei boschi. Si tratta di un valore legato al mondo arcaico delle montagne, alla sopravvivenza, all’emigrazione e al ritorno, al freddo, alla fame, alle guerre combattute e alle migliaia di uomini caduti a difesa dei confini».
La richiesta che Cecere ha inviato all’Accademia della Crusca è un compendio di orgoglio, fierezza, amore per i valori che lui stesso, e tanti come lui, hanno vissuto con la testimonianza di una vita intera. «Alpinità deriva da valori antichi – aggiunge –, che ancora resistono, e dai più autentici pilastri della fede in questo nostro contesto intensamente vissuti, come raramente altrove.
Noi siamo gente semplice, di montagna, e ci viene naturale riassumere tutto ciò che siamo, che sentiamo e che viviamo con questa parola.
Spero che l’Accademia consideri e giudichi l’importanza di questo piccolo termine e che possa decidere di concederle un po’ di spazio sui nostri dizionari, accanto a tutte quelle più importanti e blasonate che già ci sono. In ogni caso, anche se alla fine non sarà riconosciuto, resterà per sempre scolpito dove è già da tempo: nei nostri cuori e in tutti quelli delle persone che condividono i valori, il modo di vivere e le emozioni... dell’alpinità».
Il maresciallo Giorgio Cecere ha prestato servizio in molti reparti della brigata Julia e ha partecipato a 13 missioni all’Estero, dal Mozambico alla Macedonia, dall’Albania all’Afghanistan, ha preso parte alle operazioni di soccorso durante i terremoti in Friuli e in Basilicata e a centinaia di manovre sul territorio nazionale.
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