Danieli, obiettivo tre miliardi

É il fatturato atteso nonostante la congiuntura. Benedetti: mettiamo a frutto gli investimenti fatti
Buttrio 23 Maggio 2015 premio fabricando @Petrussi Foto Press Turco Massimo
Buttrio 23 Maggio 2015 premio fabricando @Petrussi Foto Press Turco Massimo

Snocciola dati e cifre, l’ingegner Gianpietro Benedetti, presidente e amministratore delegato del Gruppo Danieli, 3 miliardi di fatturato e oltre 10 mila dipendenti in tutto il mondo, circa 4 mila dei quali in Italia e in Friuli Venezia Giulia. Definisce i contorni di un momento non facile per il comparto dell’acciaio, ma ripone fiducia, una volta tanto, nella politica. In ciò che il Governo e la Regione possono fare per dare una mano al comparto produttivo.

Quali sono le sue valutazioni sul momento economico attuale? E’ una fotografia dai contorni nitidi o presenta qualche ombra?

«La situazione è quanto mai imprevedibile. Nel settore dei metalli riscontriamo una Cina in calo del 2, 3 per cento, paesi Asean (le nazioni del Sud-est asiatico come Thailandia, Indonesia, Malesia, Filippine e Singapore, ndr) in leggero miglioramento, India ferma, area Mena (le nazioni del Medio Oriente e del Nord Africa tra cui Egitto, Algeria, Arabia Saudita e Iran, ndr) sostanzialmente ferma, così come Europa, Russia, Ucraina. Bene il mercato degli Stati Uniti, in calo il Sud America, in particolare il Brasile».

Alla luce di questo quadro, quali le previsioni che si possono azzardare a medio termine?

«Le previsioni? Riteniamo che qualche movimento positivo si riscontrerà nel 2017, 2018, sperando che il petrolio torni sugli 80 dollari al barile (adesso è sceso a quotazioni tra i 40 e i 50 dollari, ndr), dando così fiato alle economie in via di sviluppo e agli investimenti su “oil and gas” e infrastrutture. Nel frattempo, nei Paesi industrializzati, inflazione e interessi rimarranno sostanzialmente bassi. Non ho idea di quando torneremo ai livelli economici come da pre-crisi, ma forse ci vorranno tra i 10 e i 12 anni, particolamente in Europa. Inoltre le conseguenze politico-militari, dopo i drammatici eventi di Parigi, aggiungono ulteriore imprevedibilità allo scenario».

La Danieli, la multinazionale che lei e il suo collaudato staff guidate da lungo tempo, risentirà di questo calo di mercato e se sì c’è qualche azione per compensare eventuali fasi di flessione?

«Certamente anche la Danieli risentirà di questa situazione e del calo di mercato. I nostri concorrenti tedeschi e austro-giapponesi hanno di fatto iniziato da un anno un reshape (riorganizzazione, ndr) della struttura del 25, 35 per cento. La Danieli, viceversa, ha chiuso l’anno finanziario 2014-15 con buoni risultati in percentuale (siamo stati tra i pochi al mondo, nel nostro settore, a chiudere l’esercizio a questi livelli) ma per il triennio 2015-2017 prevediamo un calo che cercheremo di contenere. La flessione o meno del fatturato e il mantenimento della struttura, saranno influenzati dal ritorno degli ingenti investimenti fatti in Danieli Buttrio nelle officine meccaniche, nel centro ricerche e con l’acquisto di aziende come Fata (perfezionato un paio di mesi fa, ndr) e altre negli Stati Uniti, Europa, Russia e India. Mentre in Abs (Acciaierie Bertoli Safau con stabilimenti a Cargnacco e in Croazia, ndr) contiamo di ottenere buoni riscontri grazie alla rotoforgia, inaugurata in ottobre dal presidente del Consiglio Matteo Renzi. I risultati metallurgici e di qualità della rotoforgia saranno confermati nei prossimi 2, 3 mesi. Se saranno positivi, allargheremo il mercato, in caso contrario, avremo sbagliato un investimento di 330 milioni di euro con ripercussioni ovvie sulla competitività dello stabilimento. Quindi, per concludere, il nostro futuro è legato in parte al risultato di tali investimenti, ma anche alla capacità di innovare prodotti e metodi operativi. Ma per fare ciò, oltre ai mezzi, servono idee che non si trovano “appese agli alberi”».

In una situazione così complessa, all’orizzonte che tipo di investimenti avete in cantiere?

«Sostanzialmente, per il momento, abbiamo concluso il ciclo di investimenti importanti, ora dobbiamo farli rendere. Nel prossimo futuro, quindi, non sono previsti investimenti significativi, tranne che per la ricerca e in Danieli Automation per allargare l’attività di robotica e di Danieli digitale. Naturalmente saranno mantenuti gli investimenti di messa a punto e miglioramento continuo degli impianti, in Italia e all’estero».

E veniamo ai conti. L’azienda di Buttrio è la più importante realtà industriale friulana ed è quotata in Borsa. Cosa dovranno attendersi gli azionisti?

«Il fatturato complessivo, nei prossimi 2, 3 anni dovrebbe oscillare tra 2,6 e 3 miliardi di euro. Per quanto concerne la Borsa, di fatto siamo carenti nella cura del titolo azionario. Tra l’altro alcuni investitori e risparmiatori (ne abbiamo più di 3 mila) non sono granchè soddisfatti dal fatto che distribuiamo solo il 5, 10 per cento degli utili. Ma riteniamo che per il bene dell’azienda si debba fare così. A dire il vero, la maggioranza dei detentori del capitale investito concorda con questa linea pro azienda. Va sottolineato che se negli ultimi 10 anni gli azionisti non avessero reinvestito in azienda 1.350 milioni di euro, praticamente l’88% degli utili, ci troveremmo ora con impianti e mezzi obsoleti, poca ricerca e con una situazione finanziaria netta ben lontana dall’attuale. Un grazie dunque agli azionisti per la responsabilità, in buona sostanza sociale, che dimostrano con fatti tangibili».

Il Gruppo è presente in molte parti del mondo. Avete programmi di insediarvi in qualche altro Paese in via di sviluppo?

«Al momento no. Stiamo ancora terminando la learning curve di avviamento di nuove fabbriche e uffici tecnici in India, Russia e Turchia. Sono consolidate le fabbriche e gli uffici di ingegneria in Cina, Thailandia e Vietnam. Forse tra 4, 6 anni rifletteremo sull’opportunità di una fabbrica nell’area Mena o Nord Africa».

Quali sono i vostri rapporti con la politica, nazionale e regionale? Di recente il premier Renzi è stato ospite della vostra convention e ha speso parole di apprezzamento.

«L’apprezzamento per il Governo nazionale è ricambiato. Renzi e a livello regionale Serracchiani stanno facendo molti sforzi per cambiare, per rendere l’ambiente più friendly, per intraprendere e liberare le migliori energie, spendere meglio le risorse e quindi progredire per diminuire la tassazione e investire sul progresso. L’azione di cambiamento è però molto rallentata da un’opposizione da “rendita di posizione”, ricerca consenso fine a se stesso e forse dall’incomprensione che il mondo è cambiato e non tornerà indietro. Purtroppo non ci si vuole rendere conto che non potremo più crescere aumentando il debito, bensì aumentando la produttività e la qualità del sistema Paese, riqualificando la spesa e riducendola. Nonostante questa opposizione, sostanzialmente per nulla proattiva e per certi aspetti egoistica, il rinnovamento sta proseguendo. Di certo serve essere veloci ma, visto il contesto, è già bene che si vada avanti. In un passato recente l’Italia è stata molto vicina a una situazione economica come quella greca, con la conseguenza che avremmo dovuto stringere la cinghia molto, ma molto di più che oggi. In buona sostanza, crediamo, ma è solo un’opinione, si debba collaborare attivamente al cambiamento su temi come scuola e merito, burocrazia e cuneo fiscale, semplificazione e qualità delle regole, riqualificazione della spesa, produttività e competitività, famiglia, immigrazione (anche qualificata), e quindi a consolidare l’andamento della riduzione del debito per poter poi investire nella scuola, in infrastrutture, per perseguire un progresso che è anche benessere sociale oltre che culturale».

Cosa segna il barometro dei rapporti di Danieli con Confindustria? In passato talvolta siete stati piuttosto critici con i vertici di categoria.

«Attualmente sono buoni e cordiali i nostri rapporti con Confindustria. Ci sono però ampi spazi di miglioramento nell’azione di Confindustria per contribuire con i fatti al cambiamento e ridare all’intraprendere e al settore manifatturiero l’importanza che meritano per il progresso. Anche Confindustria dovrebbe dare il buon esempio con la spending review, ottimizzando le risorse, migliorando l’efficacia dell’attività, unificando le realtà regionali e/o, come minimo, dare inizio all’unificazione. Credo comunque che la spending review sia una delle priorità in generale per ottimizzare l’uso delle risorse. La sua attuazione non sarà facile ma necessaria, direi obbligatoria per non perdere ancora posizioni sul benessere medio. Tutti dovremmo collaborare per questi obiettivi per poter poi raccoglierne i benefici conseguenti tra qualche anno».

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