Dalla legge firmata da Rosato pochissimo potere agli elettori

UDINE. Il voto è sempre utile. Serve a esprimere sostegno, approvazione, persino affetto a candidature e partiti, a dire chi siamo come persone (di sinistra, di destra; individualisti/solidali; per il mercato/per lo Stato) e che cosa vorremmo dalla politica.
Serve anche a sfogare l’insoddisfazione, l’irritazione, la critica della politica, dei partiti, dei governi. Comunque, comunica informazione. Chi si astiene non comunica quasi niente.
Del disinteresse degli astensionisti, gruppo variegato e composito che non può mai costituirsi in partito con qualche possibilità di influenzare la politica, i dirigenti di partito e i commentatori si lamenteranno, in maniera ipocrita.
Poi continueranno per la loro strada senza curarsi di loro, come se nulla fosse, e, in effetti, chi non vota non conta. Eppure, in Italia più che altrove, il menù delle candidature, dei partiti, delle coalizioni è ricco, abbondante, variegato.
Purtroppo, la legge elettorale che porta il nome e la responsabilità principale, ma non esclusiva di Ettore Rosato, capogruppo del Partito democratico alla Camera dei deputati, limita fortemente il potere di scelta degli elettori e, in qualche modo, persino lo stravolge.
L’elettore può unicamente tracciare una crocetta sul nome del candidato/a in uno dei 232 collegi uninominali alla Camera e 116 del Senato dando automaticamente il suo voto al partito/coalizione di quel candidato/a, e viceversa.
Votando un partito/una coalizione nelle circoscrizioni proporzionali il voto andrà anche, volenti o nolenti, al candidato/a presente nel collegio uninominale.
Deliberatamente, Renzi e Berlusconi hanno voluto privare l’elettorato italiano di quell’importante strumento che si chiama voto disgiunto che, fra l’altro, esiste dal 1993 nella legge per l’elezione dei sindaci e ha funzionato in maniera più che soddisfacente.
Poiché l’obiettivo fondamentale della legge elettorale perseguito dai due leader era quello di evitare le defezioni dei parlamentari eletti, come la scissione di Alfano e di Alternativa Popolare nel caso di Berlusconi, e di Articolo 1 (più qualche parlamentare sciolto) nel caso di Renzi, i candidati dei rispettivi partiti sono stati tutti scelti da loro e i loro preferiti collocati, a prescindere dalla loro residenza, nei collegi ritenuti sicuri oppure nei primi posti delle liste proporzionali che eleggeranno due terzi dei parlamentari.
Inoltre, la legge Rosato concede di essere candidati, oltre che in un collegio uninominale, anche in più circoscrizioni proporzionali fino a cinque, in sostanza garantendo la certezza dell’elezione ai preferiti.
La conseguenza è che gli elettori avranno pochissima influenza sugli eletti. Pur bocciata nel suo collegio uninominale, una candidata potrà essere eletta in più circoscrizioni proporzionali.
Sarà poi lei a decidere optando per una o per un’altra circoscrizione chi le subentrerà fra coloro che la seguono nella lista proporzionale, a prescindere da qualsiasi preferenza degli elettori del suo partito. Entreranno in parlamento soltanto i candidati dei partiti che avranno superato la soglia del 3 per cento.
Al di sotto del 3 per cento, ma più dell’1 per cento, quei voti andranno alla coalizione, al di sotto saranno perduti.
La fin troppo bassa soglia del 3 per cento (in Svezia è 4 per cento, in Germania 5 per cento), non impedisce la frammentazione del sistema dei partiti. Tuttavia, paradossalmente non sarà questa probabile frammentazione a complicare la formazione del prossimo governo.
Invece, lo sarà l’esistenza di tre poli: il centro-destra, il Pd più alcuni cespugli (fra i quali i prodiani, gli europeisti di Emma Bonino e alcuni ex di Scelta Civica), il Movimento Cinque Stelle, nessuno dei quali in grado di ottenere la maggioranza assoluta di seggi necessaria per il voto di fiducia.
Cosicché potrebbero proprio essere alcuni parlamentari di piccoli gruppi e qualche parlamentare meno legato al partito che l’ha fatto eleggere a comportarsi in maniera “responsabile verso la Nazione” spostandosi verso la coalizione alla quale mancasse un pugno di seggi. Un’altra brutta conseguenza di una pessima legge elettorale che dà scarsissimo potere all’elettorato.
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