Dal buio alla gioia con la musica: il recital di Mauro Costantini

UDINE. I giovani sono spesso un tesoro circondato dal nulla. Sono anime in attesa che l’adulto considera poco, a volte ignora, a volte avversa.
«L’adulto sbaglia! Tocca a chi ha una maggiore esperienza di vita fare il primo passo, trovare la chiave giusta per aprire una porta che può svelare a tutti cose straordinariamente belle. La sfida è raccontarsi e mettersi in gioco, con coraggio e gioia. L’adulto non deve imporsi, ma condividere sì, perché la strada della vita è una sola».
La pensa così Mauro Costantini, eccellente pianista jazz e prima ancora profonda e cristallina anima musicale friulana.
E per questo ha deciso di mettersi in gioco, di fare lui quel primo passo diventando protagonista del recital autobiografico “Se parli d’altro, parli di te”, con il quale - presentato da Rita Bragagnolo - inaugurerà giovedì, alle 20.30, la rinnovata sala parrocchiale (sotto la chiesa) di Paparotti.
Paparotti, quartiere giovane e con un mosaico multicolore che non ha formato del tutto la propria identità, trova nella parrocchia un prezioso luogo-momento di aggregazione, ma non è facile incontrare i giovani, coinvolgerli, impegnarli, disegnare insieme orizzonti e sfide. Gli anni sono questi, difficili.
Allora, forse, bisogna cercare nuove frequenze di comunicazione, andare al nocciolo della vita per costruire un dialogo, e il nocciolo è il proprio percorso, fatto di cadute e risalite, della quotidiana umana fatica di vivere.
«La parrocchia, tramite l’amico Ido Cibischino, mi offre la preziosa occasione di presentare questo mio “format” – ci confida Mauro –. È nato alla Comunità Piergiorgio di Udine, alla quale devo molto e di cui sono consulente all’ufficio H. L’ho testato, con successo direi, con i miei allievi delle medie di Feletto, ma è un work in progress che adatto di volta in volta, che si arricchisce e cresce. Spero di portarlo in tour, come si far con un disco».
Però questo non è né un disco né un concerto...
«Non lo è. Certo, assieme alla brava cantante Flavia Quass, presento brani di musicisti non vedenti come me (Ray Charles, Stevie Wonder, Diane Schuur), ma prima di tutto parlo di me, di come ho vissuto e vivo la mia cecità, sulla falsa riga – fatte le debite proporzioni – dell’infanzia di Ray Charles. Parlo della disabilità che si fa diversità, e a volte diventa esclusione. Racconto di come fosse difficile negli anni Sessanta essere un cieco nella Bassa friulana. In quei piccoli paesi ancora non risorti dalla guerra un figlio cieco era una disgrazia, un peso, per i perbenisti un castigo divino. Questa era la mentalità dominante. Non era facile vivere la paura e la diffidenza (proprie e degli altri)».
Come andò poi? Fu la musica a imprimere la svolta decisiva? «Non ci fu una svolta sola. Per prima venne la scuola speciale per i ciechi, che comportava un lacerante distacco familiare, si andava su un’isola, lontano dagli affetti. Era una salita impervia. Poi venne la musica: quella ascoltata, per lo più alla radio, e poi quella studiata e suonata sulla tastiera con metodi diversi da quelli per chi ci vede. La musica non è soltanto talento esecutivo e interpretativo, è educazione al sentimento, agli affetti e alla vita».
Cosa si deve aspettare il pubblico di Paparotti? «Non posso svelarti tutto! Comunque, gli farò ascoltare alcune cose della radio, farò proiettare una settantina di diapositive, consiglierò libri, farò ascoltare il magico suono dell’organo Hammond e poi con Flavia alcune canzoni che per me significano molto. Soprattutto il pubblico capirà che questo recital non è una... recita: mi vedrà e ascolterà come sono nel mio profondo.
E “sfiderò” questo pubblico, soprattutto i giovani, a mettersi in gioco come me, a raccontarsi, a domandare, a cercare sempre, andando oltre i luoghi comuni, oltre le convenzioni e l’effimero che troppo spesso governa il mondo. Io credo in loro. Noi adulti dobbiamo credere in loro. E con loro camminare».
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