L'Aquileia Film Festival chiude nel segno del Friuli: tra le "viole" di Commessatti e il film sui rituali locali
Ultima serata tra letteratura e cinema con la presentazione del romanzo bestseller e la proiezione del documentario Quello che resta sulle tradizioni vive della regione

Si chiude oggi alle 21 la diciassettesima edizione dell'Aquileia Film Festival, organizzato dalla Fondazione Aquileia, con una serata che intreccia letteratura e cinema, raccontando il Friuli attraverso le sue storie, la memoria e le comunità.
Ad aprire l’ultima serata saranno Paolo Mosanghini, condirettore del Messaggero Veneto ed Elena Commessatti, giornalista e scrittrice, autrice di “Aquileia una guida” edito da Odòs, che presenta il suo romanzo Il tempo delle viole, edito da Newton Compton, best seller in Friuli Venezia Giulia.
Ambientato tra la fine dell'Ottocento e il Novecento, tra Udine e le colline friulane, Il tempo delle viole restituisce voce e centralità alle vicende femminili, intrecciando storia locale, trasformazioni sociali e desiderio di emancipazione.
È un intenso romanzo corale che racconta la forza dell'amicizia tra donne, sullo sfondo di una terra attraversata dal Tagliamento, il “re dei fiumi alpini”, custode silenzioso di destini, memorie e cambiamenti.
Nel suo romanzo Elena Commessatti “racconta l’invisibile”, portando alla luce le storie spesso dimenticate delle donne, le loro relazioni, i desideri di emancipazione e quella trama silenziosa di affetti, sacrifici e memorie che attraversa la storia senza trovare sempre spazio nei racconti ufficiali.
A seguire sarà proiettato Quello che resta, documentario conclusivo del Festival diretto da Marco D'Agostini e prodotto da Snait Società Cooperativa.
Il film accompagna il pubblico in un viaggio attraverso tre comunità del Friuli Venezia Giulia (le Valli del Natisone, la Valcellina e la Carnia) unite da un patrimonio rituale ancora vivo e condiviso.
Il film intreccia la preparazione e lo svolgersi di tre ritualità diverse per origine e forma, ma profondamente affini nel loro significato collettivo. Quello che resta nasce dal desiderio di osservare ciò che resiste nel tempo, lontano da ogni forma di nostalgia. I rituali che attraversano il film non sono testimonianze di un passato immobile, ma pratiche vive, continuamente rinnovate da chi le custodisce e le attraversa nel presente. Il regista osserva rituali e tradizioni che non appartengono a un passato immobile, ma continuano a essere vissuti e reinterpretati dalle comunità locali. È proprio questa la dimensione dell'invisibile che il film porta sullo schermo: una memoria condivisa che continua a vivere nel presente, trasformandosi e rinnovandosi di generazione in generazione.
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