Cosa fare la prima domenica di quarantena: chiusi in casa, tra libri, messaggi sul cellulare e prove di coppia

Due storie, dal punto di vista di "lui" e di "lei", sulla giornata di coprifuoco ai tempi del coronavirus
Marco Pacini e Maria Bruna Pustetto
Marco Pacini e Maria Bruna Pustetto

Due storie che raccontano la prima domenica di coprifuoco: cosa si fa a casa? E come si trascorre il tempo? L'abbiamo chiesto a Marco Pacini e Maria Bruna Pustetto, per un doppio racconto dal punto di vista di "lui" e di "lei"

di Marco Pacini

ll vecchio Hamilton che ho appoggiato sul comodino mi informa che sono le 5 e un quarto. È un po’ troppo presto per alzarsi – decido – anche in questi giorni di tempo sospeso. Provo a girarmi dall’altra parte. E facendolo penso che anche oggi non ci sarà “un’altra parte”, tranne che qui, sul mio materasso. Oggi meno di ieri: è domenica, la prima domenica di coprifuoco, e non potrò nemmeno mettermi in coda all’ingresso del supermercato inventandomi un’impellente necessità di pomodori pelati, per poter sfruttare i privilegi del semirecluso rispetto a tutti quelli che ci regalano la loro “libertà”. Di andare al lavoro.

Filtra la luce. Sono quasi le 6. Accendo il telefono. Una, due, tre vibrazioni mi segnalano messaggi arrivati in piena notte. «È nato Vittorio, pesa 3 chili 750. Vittorio e la mamma stanno bene». Poi c’è la prima foto. Sono belli, la mia figlioccia e il suo bambino. Mi sembra un piccolo angelo venuto a dirci qualcosa, questo figlio di persone a cui voglio bene, questo figlio del tempo sospeso. Buongiorno Vittorio. Non posso venire a trovarti. Nemmeno tuo padre ha potuto mettere piede in reparto, finora.

Alle 9 decido di uscire. Passeggiata fino all’edicola, sperando che quella più vicina sia chiusa. Il gioco delle correnti, cicloni, anticicloni... insomma il meteo, ha deciso che questa domenica sottovuoto doveva essere di una bellezza beffarda, insolente.

In casa ancora dormono. Mia moglie lavorerà anche oggi per preparare le prime video-lezioni. Questa cosa della “prof online” l’ha presa otto ore al giorno. Le piace. Scopre in molti studenti risorse nuove, inaspettate, dice.
Mia figlia minore, fresca di laurea ai tempi del coronavirus (via skype), si alzerà tra poco, brandendo un minaccioso programma di catalogazione per sistemare la biblioteca. Attività che proverò a interpretare come succedaneo del rito dell’aperitivo fuoriporta e della partita dell’Udinese.

A mezzogiorno una telefonata di mia figlia maggiore (l’unica della famiglia, insieme a suo marito, che continua a lavorare “fuori”) allenta per qualche minuto la morsa dei tomi che incombono nel salotto chiedendo collocazioni più pertinenti. Ci prende in giro, ironizza sulla nostra condizione di reclusi: “Nelle case... non c’è niente di buono...”, dice citando Céline, ora che la casa è un “mondo”. È un passaggio che mi ha sentito ripetere infinite volte quando volevo sdrammatizzare, far decantare qualche tensione domestica. La catalogazione-sistemazione ci prende il pomeriggio. Occhieggiano titoli di libri dimenticati, trascurati, da rileggere. Sembrano chiamarti: «Ehi tu, adesso non hai scuse...». Alle 7 di sera mi prendo una pausa, col permesso di mia figlia e con in mano uno di quei libri che chiamavano. Ma mi assopisco per qualche minuto. Giusto il tempo per uno scampolo di sogno. Vittorio ha quasi trent’anni, io sono vecchio, molto vecchio e ancora vivo. Vittorio mi dice paziente: «Vuoi che ti racconti ancora una volta di quel tempo, Marco? Di come eravate voi prima di domenica 15 marzo 2020 e di come siamo noi oggi? Va bene, è andata così...».

I NOSTRI APPROFONDIMENTI

di Maria Bruna Pustetto

Potrebbe buttare male, anzi malissimo, a non aver considerato che la convivenza, tanto agognata nell’età dell’incoscienza, possa diventare peggio di una bomba biologica, di quelle che se scoppiano diventi tutto verde e ti spuntano gli artigli e altre deformità che capisci subito essere armi di distruzione casalinga. Perché la convivenza, non quella «Vai pure, ci vediamo stasera», «Non so quando torno, ti chiamo quando posso», se si riduce a un fazzoletto forzato di pochi metri quadri (in questo caso anche fossero duecento o più si rivelerebbero uno spazio angusto) diventa brodo di coltura di sentimenti in grado di vanificare l’essenza di quegli anni che avevamo imprudentemente scambiato per pacata felicità e che ora si rivelano per quel che realmente sono, e cioè un concentrato di paziente sopportazione.

Son cose, in altri tempi avrei detto “prese di coscienza”, che si disvelano nel momento in cui la coppia non decide svenevolmente di prendersi un anno sabbatico da consumarsi tra quattro mura con Netflix, Sky, Amazon, libri e dischi abbandonati a metà o ancora intonsi frutto di esigenze intellettuali compulsive ma, da un giorno all’altro costretta, senza aver potuto nemmeno fare un corso celere di sopravvivenza, a condividere tutte le ore della giornata con una persona di cui evapora l’essenza per rivelarsi un corpo ingombrante che intralcia quelle che vorresti fossero normali attività da vita coercitiva.

Perché è inevitabile che succeda, in virtù di misteriosi cicli circadiani, che pur smanettando a debita distanza o disponendo di stanze separate, per motivi inintelligibili ci si trovi davanti al bollitore nello stesso istante oppure travolti contemporaneamente dal furore di leggere lo stesso libro. Son bastati pochi giorni di arresti forzati perché tra persone teoricamente devote e rispettose scattasse un inedito meccanismo di proprietà e che su oggetti ritenuti di uso comune si rivendicassero improvvisi diritti. La teiera diventa così «la mia teiera» e via via con tutti quegli oggetti inanimati di cui nemmeno si considerava l’esistenza.

Per non parlare delle domande stupide, mentre ti trascini dal niente al niente, tipo «dove stai andando?». Già, dove sto andando. E quello magari, che non rinuncia allo spirito cabarettista, ti dice, per rigirare il coltello nella piaga, che non si può uscire e tu non hai in quel momento nemmeno i calzettoni. Perché un altro aspetto della convivenza costrittiva è il degrado conseguente alle conversazioni imperniate principalmente sul perché e per come oggetti e cose che si ritenevano inamovibili siano improvvisamente scomparse a causa, è naturale, della sventatezza di uno dei due che, è successo, potrebbe aver messo il sapone di Marsiglia sul comodino pensando di leggerlo più tardi.

Quando lo sconforto è sommo, quello della stanza accanto parla in tedesco a voce alta e, siccome ha tutta una sua teoria sui neuroni, declama in greco e in latino. E tu pensi, io penso, che così sarà finché virus non ci separerà e che, così lo racconteremo, è stato solo un lungo e stupidissimo flashmob

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