La storia della Coop Carnica, nata 120 anni fa a Villa Santina: l’anniversario di un sogno infranto

In un Friuli segnato dall'emigrazione e da piaghe sociali come l'alcolismo e l'usura, un gruppo di "illuminati" guidati da Vittorio Cella e Riccardo Spinotti decise di unire le forze per dare dignità al territorio. Oggi, a 120 anni da quel debutto, resta il sapore amaro di un fallimento che nel 2015 ha travolto soci, lavoratori e un intero modello sociale

Alberto Terasso

Quanto è rassicurante quel “c’era una volta” che lasciava presagire un “vissero felici e contenti”.

Certo, non sempre finiva così: Hansel e Gretel bruciarono la strega, la piccola fiammiferaia morì dal freddo e vi raccomando il lupo di Cappuccetto Rosso.

La Cooperativa carnica non ha avuto il lieto fine: il miracolo – la fiaba – si è fatto dramma. Una vicenda che in questi giorni ci rimanda a 120 anni fa, quando a Villa Santina – era il 29 aprile 1906 – diciassette persone diedero vita a una realtà che seppe vincere su marginalità, esiguità e scarsità.

Siamo però a un anniversario monco. Dal computo va tolto un paio abbondante di lustri – era il 2015 – in cui l’incubo si è materializzato. La Cooperativa rimane un ricordo.

In quella primavera del 1906 si riuscì, grazie al gruppo guidato da Vittorio Cella, di Verzegnis, e a Riccardo Spinotti, che fu anche sindaco di Tolmezzo, a far rimare emigrazione con redenzione. Cella fu capace, a 21 anni, di far nascere la Latteria sociale del suo paese, per non dire di altre intuizioni come l’Ente autonomo Forze Idrauliche del Friuli per l’utilizzo delle acque dell’Alto corso del Tagliamento, e la “Carnica assicurazioni”, il primo soppresso e la seconda trasformata in società privata con il Fascismo. Ma il portato del cooperativismo carnico diventa anche motore di una proficua crescita “civile”.

Nel 1903 secondo la commissione provinciale sull’alcolismo il consumo di vino e distillati era semplicemente esagerato: in alcune zone si bevevano “dai 4 ai 6 litri giornalieri”. Esagerata dev’essere stata anche la statistica, anche se, nel 1903, Paularo contava 29 osterie e Comeglians 23. E allora era concreto l’impegno per “il progresso sociale contro analfabetismo, usura ed alcolismo”. “La Voce della Cooperazione” evidenziava, poi, la necessità di un’azione informativo-didattica.

Una tensione ideale sconosciuta, mentre oggi ci si arrabatta tra contributi a gogo e culto dell’orticello.

Riavvolgiamo il nastro. L’esperienza migratoria in Austria e nella Germania meridionale fu il vettore dei germi del socialismo centroeuropeo. Fu un crescendo di intuizioni, attività e progetti che incontrarono la dura reazione del fascismo con l’estromissione finale di Cella nel 1931, poi suicida sulla tomba della moglie. Ma la Cooperativa continuò a macinare traguardi. Al punto che dell’eccellenza di quell’idea c’è testimonianza ancor oggi. La Secab, società elettrica cooperativa Alto But, di Paluzza sta per tagliare i 115 anni. E la contaminazione tra le due realtà ha radice nella militanza comune in Cooperativa di Spinotti e Antonio Barbacetto di Prun, fondatore della società elettrica.

Un salto in avanti. Ai cent’anni, nel 2006, le sorti non potevano che essere “magnifiche e progressive”: sviluppo verso il Veneto, intensificazione della presenza tra gli ipermercati e i centri commerciali. Un futuro radioso.

Fin troppo. Ironizza Paolo Ermano, economista e docente all’Università di Udine: «Il primo centro di distribuzione aperto da Amazon in Italia nel 2011 ha una dimensione di 25. 000 metri quadri – scriveva –. Un anno dopo, CoopCa inaugura ad Amaro il suo centro di distribuzione: 22. 000 metri quadri. È costato 18 milioni di euro. Quali banche hanno finanziato le ipoteche: nessuna di queste ha controllato i dati di bilancio e le prospettive di settore?».

Dal 2008 prende il via il calvario delle perdite, i battenti si chiudono il 31 dicembre 2015. Circa 600 lavoratori cercano ricollocazione, drammi familiari per i soci prestatori, circa 3000, che troveranno soluzione solo in parte, tra liquidazione dei beni, fondi regionali e donazioni. La vicenda giudiziaria è in parte aperta, si è chiusa una pagina di Storia.

«Per soci e consumatori la funzione storica della Cooperativa non esisteva già più – commenta Romano Lepre che, insieme a Remo Cacitti, Dino Zanier, i fratelli Marco e Laura Puppini, Tarcisio Not e altri, con il gruppo “Gli Ultimi”, realizzò nel 1973 un audiovisivo, “Ventaglio d’autunno” che fu la riscoperta del cooperativismo. Aggiunge: «Le grandi lamentele per la scomparsa della CoopCa non sono venute dai soci consumatori, ma dai soci che avevano effettuato il prestito, divenuto un investimento sempre più a rischio, ma ben remunerato. E questi soci, che non avevano il tempo di guardare i bilanci e leggere le relazioni, si sono comportati allo stesso modo alla fine: panico, richiesta di rimborso immediato e obbligo per amministratori e sindaci di chiedere la messa in liquidazione della società. I soci prestatori hanno poi avuto una donazione dalle Coop Rosse. I fornitori, invece nulla. Da cui alcuni ulteriori fallimenti».

Fu un esito davvero così fulmineo? Gianberto Zilli, l’avvocato che ha seguito la vicenda, sostiene che i segnali erano evidenti. «Tutto veniva comperato a prezzi fuori mercato – sostiene – gli stipendi del personale (e della pletora di dirigenti) era fuori mercato (la ricollocazione del personale ha comportato per i dipendenti allocati presso terzi una falcidia di stipendio ed inquadramento! ), i prezzi di vendita li faceva il mercato e anche se ad un certo punto hanno tentato di aumentarli, hanno perso clienti».

Ancora Ermano: «Era dal 2007 che la CoopCa perdeva quote di capitale sociale. Il finanziamento medio di un socio era di 1268 euro in quell’anno; nel 2013 era calato a 76 euro, un crollo pari al 1574 per cento. E nessuno se n’è accorto? ».

Con la fine di quell’esperienza si mette, anche solo metaforicamente, la pietra tombale anche su una classe dirigente. Una borghesia illuminata non trova più l’idea forza garantita dal socialismo.

Nei primi anni Cinquanta, tra l’altro, finì sconfitto un progetto, coltivato fra gli altri da Romano Marchetti e Tranquillo De Caneva, di mettere la cabina di regia politica nelle mani della Comunità Carnica e fare della Cooperativa il riferimento economico del territorio. Anzi, la componente di sinistra che immaginava quel futuro venne esautorata. Certo, seguirono successi che non vanno nascosti, ma il risultato complessivo oggi è amaro.

Per un breve ripasso Marco Lepre ha messo insieme Gli Ultimi e Legambiente Villa Santina dove ieri si è tenuto un incontro mentre a Tolmezzo, presto, verrà riproposto “Ventaglio d’autunno”.

«Non facciamoci vaccinare contro l’indignazione che talvolta ci coglie. Non lasciatevi prendere dallo sconforto»: così si rivolgeva ai lavoratori della CoopCa, Laura Puppini, autrice del libro “Cooperare per vivere”. Nel giorno dell’anniversario mancato, il richiamo è ancora valido. 

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