Contagi, mai così tanti morti da aprile: quattro regioni rischiano l’arancione
ROMA. Ci si dovrà abituare a un’Italia camaleontica. La mappa delle regioni, colorata di giallo, arancione e rosso, è destinata a cambiare in fretta e non in meglio. Forse già nella serata di lunedì 9 novembre.
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In base ai dati che verranno inviati sabato 7 novembre dalle Regioni ed elaborati domenica dalla cabina di regia rischiano di fare il loro ingresso in zona arancione Liguria, Veneto, Toscana e Campania. Il Lazio, come anche la provincia di Trento, che sono nella stessa lista dei territori a rischio, potrebbero invece veder sospeso ancora per qualche giorno il giudizio su di loro. Ma ogni nuova “colorazione” non può portare con sé polemiche con i governatori: questo il pensiero di palazzo Chigi. E per allontanare certi timori, Giuseppe Conte mostra un ramoscello d’ulivo ai presidenti di Regione: «Non stiamo dando schiaffi a nessuno. Non c’è dietro una deliberata volontà di penalizzare aree a discapito di altre», dice intervenendo al Food festival del Corriere della Sera.
«Siamo costretti a rallentare questa corsa, ma vogliamo che questa limitazione sia quanto più contenuta possibile nello spazio temporale. Se non intervenissimo ora, questo treno ci arriverebbe addosso». Seguendo questa strategia, aggiunge, «confidiamo in misure limitate a qualche settimana, per far ripartire i consumi sotto Natale».
I primi effetti della stretta, però, si vedranno solo tra dieci giorni. Nel frattempo continueranno, con ogni probabilità, a salire i numeri dei bollettini Covid. Anche ieri, infatti, un nuovo incremento con 37.809 casi su 234.245 tamponi. Numero record di test che tuttavia non ferma la crescita del rapporto tra tamponi effettuati e positivi, che balza al 16,4% contro il 15,69% del giorno precedente. Sono 446, poi, le vittime e 124 i nuovi pazienti in terapia intensiva, che su tutto il territorio nazionale toccano ora a quota 2.515.
I presidenti di Regione continuano a chiedere più condivisione e trasparenza, da parte del governo, sull’elaborazione dei dati. Lo hanno ribadito in Conferenza Stato-Regioni al ministro della Salute Roberto Speranza, che si è detto pienamente consapevole delle difficoltà che si stanno incontrando nella raccolta delle informazioni e nel tracciamento dei positivi. Il ministro si muove sulla stessa linea del premier: è necessario ritrovare uno spirito costruttivo e collaborativo. A partire dall’accordo raggiunto al termine della riunione, sulla «necessità di un esame congiunto dei dati», come conferma il presidente della Conferenza Stefano Bonaccini, che però alza un muro di fronte alla possibilità, emersa dopo le ultime polemiche, di mettere mano in futuro al titolo V della Costituzione, intervenendo sulle competenze regionali per accentrare alcuni poteri: «Semmai – dice –, serve maggiore condivisione».
Allentare le tensioni, dunque, ma senza passi indietro. Perché «se non fermiamo la curva, il nostro personale sanitario non ce la farà a reggere l’onda d’urto», avverte Speranza intervenendo alla Camera, «la via della precauzione è una via obbligata». E dunque, sulle ordinanze da lui firmate per istituire le zone gialle, arancioni e rosse, «non ci sono trattative – puntualizza – ma semplicemente scambi di dati e di informazioni». Accolti con favore, però, gli sforzi dei governatori, che di fronte al pericolo della zona arancione corrono ai ripari, potenziano i posti letto negli ospedali e si appellano alla responsabilità dei loro cittadini, chiedendogli di comportarsi come se il pericolo di un lockdown fosse dietro l’angolo.
Il consulente di Speranza, Walter Ricciardi, ai microfoni di Radio2 si lancia però in avanti e, suonando fuori dallo spartito della distensione, torna a chiedere un lockdown per la città di Napoli. Posizione che scatena la reazione del sindaco Luigi De Magistris: «Sono sconcertato – dice – e mi chiedo come sia possibile che Ricciardi chieda una zona rossa per Napoli, mentre l’altro giorno Speranza adottava un decreto in cui Napoli è zona gialla».
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