L’appello di Coldiretti: «Il made in Friuli penalizzato dall’Ue»
Duemila agricoltori a Udine per chiedere la revisione delle norme doganali. In fiera l’assemblea regionale con il presidente nazionale Ettore Prandini. Figelj: «Penalizzate le imprese locali, serve trasparenza per i consumatori»

Una ventina di corriere disseminate nei parcheggi della Fiera, quasi duemila persone a riempire gli spazi da hangar del padiglione 6. Tra loro anche studenti degli istituti agrari, ma il grosso sono coltivatori, la base, il cuore pulsante di Coldiretti, che in Friuli Venezia Giulia rappresenta 10mila imprese agricole, l’80% del totale.
Un’esibizione di muscoli, anche se il destinatario non è il governo, dichiaratamente amico, come ribadito più volte, nelle settimane scorse, dal presidente nazionale Ettore Prandini, ospite più che star dell’assemblea di Udine, dove il leader della confederazione si nega a microfoni e telecamere.

A parlare, invece, è il presidente di Coldiretti Fvg Martin Figelj, confermando che il dialogo con il governo Meloni è proficuo: «Sui fondi Pac 2025-27», dichiara, «l’Italia ha ottenuto 10 miliardi in più rispetto al triennio precedente: per gli agricoltori della nostra regione significano 140 milioni: un risultato importante, anche se l’eccesso di burocrazia allunga i tempi di erogazione».
Tutelare il made in Italy
Nulla da imputare neppure alla giunta regionale, «che non ha mai fatto mancare il suo sostegno al nostro settore», dichiara ancora Figelj. I nodi però non mancano, e non soltanto quelli legati alla crisi in Medio Oriente, che ha fatto salire i costi delle aziende agricole, secondo le stime di Coldiretti, di 250 euro per ettaro. A più di un mese dalla manifestazione del Brennero, la madre di tutte le questioni, per Coldiretti, resta quella della normativa doganale europea.

Quella che consente, denuncia la confederazione, di attribuire l’origine di un prodotto al Paese in cui avviene l’ultima trasformazione sostanziale. Grano ucraino che diventa made in Italy dopo la decorticazione, cosce di suini allevati all’estero altrove ma salati e stagionati al di qua delle Alpi, cagliate prodotte da latte francese o tedesco trasformate in mozzarella, anch’essa made in Italy. «Non siamo contro il libero scambio, anzi, crediamo che poter esportare i nostri prodotti sia un punto di forza, ma serve trasparenza nei confronti dei consumatori», spiega ancora Figelj.
Un milione di firme
Anche dal Friuli Venezia Giulia, quindi, Coldiretti rilancia la sua battaglia per l’introduzione dell’obbligo di indicazione dell’origine su tutti gli alimenti commercializzati nell’Ue, da ovunque provengano.
«Una misura», sottolinea la confederazione, «indispensabile per garantire trasparenza ai cittadini, tutelare la salute pubblica, consentire scelte di acquisto consapevoli e difendere il reddito delle imprese agricole».
Sostenuta da un milione di firme e condivisa da circa 2.000 comuni italiani, la richiesta di rendere obbligatoria e stringente l’indicazione d’origine è giunta fino al Commissario Ue per la Salute Olivér Várhelyi e ha dalla sua 12 Paesi membri. La campagna di assemblee promossa da Coldiretti su tutto il territorio nazionale è un modo per tenere viva l’attenzione della politica e di rilanciare l’appello alle istituzioni regionali e locali.
Da qui le lettere che la Coldiretti regionale ha inviato ai vertici della Regione e ai sindaci del Friuli Venezia Giulia, per chiedere di sostenere una revisione della disciplina doganale dell’Unione europea e di intraprendere le conseguenti azioni politiche. Con l’obiettivo «di rendere più trasparente l’etichettatura e impedire pratiche che permettono di spacciare per italiane materie prime o prodotti lavorati all’estero».
Carburanti e fertilizzanti
Quanto al nodo dei costi, anche su questo terreno Coldiretti rivendica i risultati del confronto col governo, che ha varato due misure di sostegno attraverso il credito d’imposta, con riduzioni del 20 per cento sul costo del carburante agricolo e del 30 per cento su concimi e fertilizzanti.
Ma il conflitto in Medio Oriente e la crisi di Hormuz, oltre a far esplodere i costi, hanno anche evidenziato la precarietà delle catene globali di fornitura. «Ancora una volta», rileva Coldiretti «sono le imprese agricole a pagare il conto delle tensioni geopolitiche e di scelte che hanno reso il continente dipendente dall’estero per input strategici come i fertilizzanti. Una situazione che conferma la necessità di sospendere il meccanismo Cbam sui fertilizzanti, valorizzare i concimi naturali come il digestato e mettere in campo misure straordinarie a livello europeo per sostenere il settore primario».
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