Col velo al consiglio dei ragazzi, indagata

La procura contesta alla donna l’interruzione di pubblico servizio e la violazione della Legge Reale

SAN VITO. «I fatti dicono che sono infondate entrambe le ragioni per le quali la signora è indagata». Lo ritiene l’avvocato Silvio Albanese, il legale della donna che indossava il niqab alla seduta del consiglio comunale dei ragazzi interrotta dal sindaco di San Vito, Antonio Di Bisceglie, dopo averle inutilmente rivolto l’invito a scoprirsi il volto di fronte ai presenti. La polizia locale ha notificato alla donna l’elezione a domicilio, con la conseguente nomina del legale di fiducia. La procura di Pordenone indaga ipotizzando l’interruzione di pubblico servizio e la violazione dell’articolo 5 della legge Reale. Articolo che vieta «l’uso di caschi protettivi o di qualunque altro mezzo atto a rendere difficoltoso il riconoscimento della persona, in luogo pubblico o aperto al pubblico, senza giustificato motivo. E’ in ogni caso vietato l’uso predetto in occasione di manifestazioni che si svolgano in luogo pubblico o aperto al pubblico, tranne quelle di carattere sportivo che tale uso comportino».

L’avvocato ritiene che non vi siano elementi su entrambi i frangenti. In particolare, su quella dell’interruzione di pubblico servizio «non è stato interrotto alcunché – osserva Albanese –: il consiglio comunale dei ragazzi è una circostanza diversa rispetto, per esempio, a un consiglio comunale ordinario».

Ma anche sui restanti aspetti, il legale della donna non ha dubbi. La procura è informata dell’accaduto dal giorno seguente alla seduta del consiglio dei ragazzi interrotto, quando la polizia locale aveva completato l’istruttoria della pratica e informato il pm di turno. Inoltre, nei giorni scorsi, la donna, di nazionalità italiana dal 2014, d’origine albanese, ha depositato un esposto. Sulla base degli elementi raccolti, la magistratura potrà decidere se archiviare o andare avanti. Il sindaco ritiene di aver agito secondo la legge, sulla base dell’assunto che in un’aula istituzionale, in presenza di un’assemblea, il volto debba essere riconoscibile. La donna invece ritiene che, anche in queste circostanze, sia sufficiente l’identificazione da parte di un pubblico ufficiale (avvenuta, nel caso in esame, da parte della polizia locale al consiglio dei ragazzi).

L’episodio ha alimentato anche il dibattito politico. C’è chi ha chiesto, per esempio, di esplicitare il divieto del velo, per lo meno negli edifici istituzionali, nei relativi regolamenti. Ma il sindaco ritiene, al momento, che siano sufficienti le leggi in vigore, nonostante le eccezioni della giurisprudenza sull’uso religioso del velo: nessun nuovo regolamento o ordinanza, a meno che gli annunciati approfondimenti in materia non suggeriscano che rappresentino atti necessari e non impugnabili.

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