Caso Regeni, dal Cairo dati parziali: la tensione resta alta

UDINE. Cinque ore di vertice non sono bastati a fugare i dubbi e oggi, a Roma, si ricomincia. La prima giornata del vertice bilaterale tra Italia ed Egitto sulla scomparsa e l’omicidio di Giulio Regeni è andata in archivio priva di comunicazioni ufficiali degli inquirenti dei due Paesi – per questa sera è attesa una nota congiunta italo-egiziana – anche se qualcosa, da piazzale Clodio, è comunque filtrato dopo le 15, quando, cioè, gli uomini arrivati dal Cairo hanno lasciato la sede della scuola di polizia, luogo scelto per l’incontro cui hanno partecipato il Procuratore capo di Roma, Giuseppe Pignatone il sostituto Sergio Colaiocco, il direttore dello Sco Renato Cortese e il comandante del Ros Giuseppe Governale.
Per l’Egitto sono invece atterrati nella capitale due magistrati, il procuratore generale aggiunto del Cairo, Mostafa Soliman e il procuratore dell’Ufficio di Cooperazione internazionale Mohamed Hamdi el Sayed. Presenti anche tre ufficiali di polizia: il generale Adel Gaffar della National Security, il brigadiere generale Alal Abdel Megid dei Servizi centrali della polizia egiziana e Mostafa Meabed, vicedirettore della polizia criminale del governatorato del Cairo.
Dalle indiscrezioni rimbalzate pare che gli inquirenti egiziani abbiano aggiornato sull’attività investigativa svolta successivamente al 14 marzo scorso, quando il capo della Procura di Roma Giuseppe Pignatone e il sostituto Sergio Colaiocco incontrarono al Cairo il Procuratore generale Ahmed Nabil Sadeq. Nel “faldone” consegnato agli italiani ci sarebbero le registrazioni delle videocamere di sorveglianza, ma non tutta la documentazione che gli inquirenti italiani – fonti qualificate le definiscono come particolarmente irritate – hanno chiesto da settimane ai loro omologhi egiziani.
La delegazione di inquirenti del Cairo, secondo il quotidiano Al Masry Al Youm, avrebbe dichiarato ai responsabili italiani che la Procura di Giza e quella del Cairo non hanno ancora concluso le indagini sul caso. Sempre per il medesimo giornale, poi, le autorità italiane non avrebbero mosso alcuna accusa ufficiale contro nessuna autorità o persona per il coinvolgimento nell’uccisione di Regeni.
Il secondo incontro tra le Procure, però, non è univoco, ma bilaterale e infatti – sempre secondo i rumors – gli uomini della Procura di Roma avrebbero consegnato alla controparte straniera gli esiti dell’autopsia svolta in Italia, peraltro mai trasmessi alla stampa, oltre ai risultati dell’analisi effettuata sul computer portatile di Regeni consegnato dai genitori dello studente al personale dell’Ambasciata italiana al Cairo.
Questa mattina, dunque, si ricomincia, ma c’è una possibilità che la delegazione egiziana decida di fermarsi a Roma più del previsto. Non soltanto per approfondire la corposa documentazione – si parla di 2 mila pagine scritte in arabo –, ma anche per riuscire ad abbassare il livello di tensione tra i due Paesi, a livelli di guardia ormai da giorni.
Al-Sisi, infatti, pare non aver gradito né le parole del ministro degli Esteri Paolo Gentiloni né quelle del premier Matteo Renzi. L’inquilino della Farnesina, infatti, aveva minacciato – più o meno velatamente – l’Egitto di ritorsioni diplomatiche nel caso in cui dal Cairo fossero state create nuove versioni di facciata sulla morte di Regeni, mentre il presidente del Consiglio aveva spiegato come l’Italia non avrebbe più permesso agli africani di svicolare.
E non sembra essere un caso l’indiscrezione secondo cui gli egiziani si sono detti disponibili ad allargare la cerchia dei sospettati per l’omicidio e, in caso di necessità, a posticipare di almeno qualche giorno il loro ritorno in patria.
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