Cappello: è il romanzo dei conti con me stesso

Un’accoppiata che si preannuncia vincente: escono mercoledì in libreria due titoli di Pierluigi Cappello, entrambi per i tipi della Rizzoli: Questa libertà, prima e attesa prova narrativa del poeta premio Viareggio 2010, inserita nella storica Scala, e Azzurro elementare, l’opera omnia poetica sotto il segno della Bur.
Libertà – scrive nell’introduzione al suo romanzo Cappello – «è una parola senza corpo. Come anima. Come amore. (...) Hanno bisogno di qualcuno che presti loro la sua carne, il suo sangue e i suoi limiti perché diventino concrete». Ecco: le prose di questo libro questo raccontano: della carne e del sangue del poeta fattesi narrazione, ma prima ancora consapevolezza di sé, del proprio mondo, della propria storia... «È così – conferma Cappello –. C’è la volontà di concretare delle parole astratte, nella libertà che ognuno vive a seconda del suo destino. Una libertà che va conquistata, ogni giorno». E a chiedergli – ovvio a questo punto – la differenza tra scrivere poesia e scrivere prosa, Cappello afferma: «Una differenza fondamentale, nell’applicazione e nell’uso del tempo. In poesia scrivo in maniera ininterrotta, però è una pioggerellina sottile che riempie pian piano i taccuini ed è in qualche modo ossessiva, però meno stancante. La prosa richiede quasi un lavoro d’ufficio. Per scrivere questo libro mi sono dato degli orari, delle scalette. La prosa richiede la tua presenza continua, la poesia accade come un temporale, un colpo di vento, il sole che sbuca da una nube all’improvviso e tu devi essere pronto a coglierla con la coda dell’occhio. Una differenza di postura esistenziale, direi».
Nei cinque capitoli che costituiscono il libro, le vicende si dipanano dal presente, si perdono nella rievocazione del passato e al presente ritornano, come a dire la continuità della memoria, il tono vivificante del ricordo... o che? «L’elemento contemporaneo è lo spunto per arrivare al nodo concreto nascosto di noi stessi. Le narrazioni di Questa libertà costituiscono un romanzo molto sui generis. Ogni capitolo è concepito come un racconto che potrebbe essere autonomo».
Il tutto però può essere letto anche come un romanzo di formazione, la formazione di scrittore di Pierluigi Cappello, che comincia nell’infanzia, quando a un certo punto scrive di essere «cresciuto strattonato tra passione e contemplazione», dove già si delinea una vocazione alla scrittura in quella sorta di eden estatico che era Chiusaforte, la montagna prima del terremoto. «Ogni scrittore – spiega Pierluigi – è circoscritto dal luogo dove ha vissuto in origine. Io sono nato sì in cima a un colle, da dove hai una disposizione naturalmente contemplativa, ma questo colle era stretto dalle montagne, la porzione di cielo che si vedeva era limitata e ti spingeva a pensare e a immaginare l’oltre: una sorta di spinta all’appetito del mondo». Vocazione che si precisa negli anni della scuola, nella scoperta dei libri, nell’esperienza traumatica del terremoto del 1976 e diviene urgenza e necessità dopo l’incidente che a sedici anni, nel 1983, lo ha costretto a una sedia a rotelle e di cui scrive solo oggi... Un tema spinoso, che quasi affonda nell’indicibile. «In assoluto è la prima volta che l’ho messo per iscritto, l’incidente e i traumi che ne sono derivati. Ho in qualche modo voluto chiudere con quell’episodio». Anche scrivendone in terza persona e con una leggerezza che a tratti sfiora l’ironia. «Perché – dice Cappello – io sono convinto che ci si salva solo per due strade: per fede o per ironia... La fede rende grandi le cose piccole, l’ironia rende piccole le grandi».
Ecco allora la scrittura che aiuta a metabolizzare il dolore e d’altra parte diventa cura che aiuta a passare «le ore della più sassosa delle desolazioni». Scrittura come cura o consapevolezza? «Lì – ancora Cappello – si intrecciano i due aspetti, che partono dal movente del naufrago che cerca di tirarsi fuori della tempesta. Epperò quando accade questo, non sai se è l’istinto o le parole che effettivamente ti hanno salvato. Io penso fortemente che la letteratura deve portare dentro di sé scorie biologiche, altrimenti non è letteratura, ma esercizio». Come quello che spesso inficia il lavoro dei molti, oscuri, che scrivono e inviano a Cappello, che legge tutto, senza cestinare, e dei quali racconta senza supponenza alcuna. Ricordo delle fatiche patite agli esordi o amore sconfinato per la parola? «È amore per la parola. Per uno scrittore che ce la fa, riesce cioè in quella cosa inaudita che è far interessare gli altri a cose che in teoria dovrebbero interessare solo lui stesso, ci sono migliaia di altre coscienze in brusio, in fermento e questa è un’attività inesausta di un paese intero: è la nostra coscienza umanistica. E costituiscono quell’humus che rende possibile l’espressione compiuta e interessante di pochi».
I successi, i riconoscimenti aiutano? «Fanno piacere, però la scrittura è un combattimento che avviene giorno per giorno con se stesso». In questo combattimento, quali armi usa Cappello, la penna o il computer? Dice: «Nel caso di Questa libertà ci sono stati entrambi, quando mi trovavo in difficoltà usavo la penna, quando il flusso riprendeva passavo al computer».
Che cosa si aspetta il poeta friulana, ormai una celebrità letteraria, da Questa libertà? Confessa: «La cosa fondamentale è già accaduta, in qualche modo ho fatto i conti con me stesso e il bambino che sono stato, e per raccontare di questa passione ho dovuto raccontare di un momento storico e di un clima particolare, che era quello del Friuli a cavallo del terremoto».
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