Bauman: le primavere arabe sono diventate degli inverni

UDINE. «Le primavere arabe? Siamo andati direttamente all’inverno, senza mai passare per l’estate». L’attualità e il dramma di Giulio Regeni, lo studente friulano allievo di Cambridge, torturato e ucciso in Egitto, entra di prepotenza tra i temi dell’intervista che Zygmunt Bauman, sociologo e filosofo di grandissima fama, uno degli intellettuali più illuminati della contemporaneità, ha concesso in esclusiva al “Messaggero Veneto”.
Il professore è in città per la lectio magistralis che ha tenuto ieri sera, evento conclusivo del Friuli Future Forum, i cui organizzatori hanno avuto l’onore e la bravura di aver portato in Friuli un personaggio di tale spessore.
Il professore di origine polacca, naturalizzato inglese, che ha 90 anni, scende nella hall dell’Astoria a mezzogiorno in punto. Elegante nel suo abito scuro concede per l’intervista 45 minuti. Tempo per quattro, cinque domande. Perchè Bauman, quando comincia a parlare, assistito dall’interprete, è un fiume in piena.
Professor Bauman, le primavere arabe sembra abbiano tradito la loro nascita. La transizione verso le democrazia, nei Paesi emergenti del Medio Oriente, è complicata, accidentata e spesso non compiuta. Qual è il suo punto di vista su questi temi?
«Direi che siamo andati dalla primavera direttamente all’inverno arabo, senza mai passare per l’estate. C’è una grande complessità a parlare di questi argomenti, ma la risposta è chiara e il mio pensiero è netto. I Paesi Occidentali hanno tentato di distruggere il Medio Oriente, prima con le invasioni dell’Iraq e dell’Afghanistan, poi con dei conflitti invasivi, come in Libia, in Mali, in Etiopia, oggi in Siria, dove c’è una guerra che si sta propagando dappertutto. Dal tropico del Cancro al tropico del Capricorno è un unico campo di battaglia, ci sono guerre civili in ogni angolo di una zona che è al completo collasso, dove non esistono Stati o governi. Adesso è impossibile controllare la situazione, anche perchè c’è una sorta di “computerizzazione” del conflitto: un ingegnere schiaccia un bottone, dal suo ufficio lontano migliaia di chilometri da quei luoghi, e invia i droni. Non c’è assolutamente controllo del territorio, ed ecco in questo contesto emergere il fenomeno dei bambini soldato. E in tale quadro avvertono i sintomi della guerra anche le democrazie relativamente stabili della regione, penso alla Giordania o alla Tunisia. E’ una specie di contagio, come avviene per il virus Zika. Ma in definitiva la colpa è dell’Occidente. Usando una metafora, potremmo dire che l’Occidente ha fatto uscire il genio dalla lampada. Ritengo che prima di trovare una soluzione definitiva vi saranno ancora molte e molte vittime, in tutto il mondo. E poi c’è il conflitto tra Israele e Palestina, che è centrale, anche se non l’unico. Ma se non si risolve questo conflitto, non si potranno risolvere nemmeno gli altri».
Anche l’Europa sta vivendo un momento storico negativo: difficoltà economiche, crisi di rapporti tra gli Stati, ondata immigratoria incontrollata. Il vecchio continente rischia la disgregazione per ragioni economiche o per l’egoismo dei Paesi che ne fanno parte?
«La profonda crisi dell’Europa (Bauman utilizza più volte il termine inglese deep, ndr) è una crisi di sovranità territoriale. L’Europa di oggi non ha sovranità nè economica, nè militare, nè tantomeno culturale. Anzi direi che la sovranità territoriale oggi è una sorta di fiction, di finzione. Qualche anno fa ho scritto un libro a proposito (Europe, unfinished adventure, ndr) che credo possa rispondere alla sua domanda. Ci sono tanti problemi in questo momento, ma la causa è la mancanza di sovranità territoriale, gli Stati non hanno alcuna autosufficienza. Ma del resto gli Stati trovano nell’Europa un porto sicuro per le loro crisi: se Italia, Grecia o Spagna non avessero avuto l’Unione europea alle spalle, la conseguenza della crisi sarebbe stata molto più pesante. In cambio di questa funzione di “porto sicuro”, l’Unione europea toglie autonomia ai vari Stati. Ecco che nascono i demagoghi, in Inghilterra c’è un partito anti Europa, così come nell’Est Europa, penso alla Polonia, all’Ungheria, nella stessa Germania. Non li chiamerei “populismi”: se un governante è “populista” vuol dire che ascolta le parole del popolo, e ciò è auspicabile. Per me populismo ha un’accezione positiva, demagogia è negativa. Questi movimenti fuorvianti si alimentano perchè le persone hanno delle convinzioni. Ma dovrebbero essere i fatti a formare le convinzioni delle persone e non viceversa. Non sono un profeta per dire come finirà l’Europa, ma queste sono le tendenze».
Nelle società occidentali manca spesso il lavoro, la tecnologia ha invaso con prepotenza le nostre vite. Che tipo di futuro attende i lavoratori?
«Ci troviamo di fronte a un cambiamento molto rilevante. C’è una sorta di “ridistribuzione”: Asia, America latina e adesso anche l’Africa si stanno industrializzando, un’altra parte del mondo, che conosciamo bene, si sta deindustrializzando. La nostra società prima era formata da produttori, adesso da consumatori. Chi non consuma è considerato un incapace, uno stupido, un malato. Un altro cambiamento fondamentale è legato alla robotica e ai computer. Oggi a fare le automobili non ci sono più le persone, ma i robot che sono più disciplinati, non protestano, non fanno sciopero, mentre tanti lavoratori dell’industria automobilistica sono stati licenziati. Ma c’è un altro passo in avanti: la computerizzazione sta entrando anche nel lavoro “mentale”, negli uffici. I segretari d’ufficio vengono piano piano soppiantati, così come i contabili. E presto la computerizzazione arriverà anche nel mondo dell’istruzione, degli insegnanti, dei professori universitari. Ci troviamo a un bivio, dobbiamo prendere una decisione, perchè le conseguenze di ciò che sta accadendo sono molto importanti».
Quale messaggio vuole lasciare alla gente di Udine che l’ha applaudita durante la lectio magistralis?
«Ho parlato di futuro perchè la gente guarda al futuro in quanto vorrebbe una società migliore. Ma prevedere il futuro è un affare molto rischioso. Come scrive il professor Kowalkowski non ha senso parlare del futuro, perchè il futuro non esiste, noi dobbiamo fare i conti con il presente. Per descrivere il futuro si può usare una metafora, come ha fatto l’economista e saggista Peter Drucker: è guidare un’auto senza luci di notte guardando solo lo specchietto retrovisore. Il futuro è conseguenza del presente, comincia oggi, ma non possiamo prevederlo. Del resto gli essere umani sono animali interessanti in quanto sono in grado di negare il presente, siamo spiriti critici. E sperare nel futuro è un mezzo per andare avanti. Questo meeting (il Friuli Future Forum del quale Buaman è illustre ospite, ndr) è un tentativo di dare una strada al futuro, di prevederlo. Ma viviamo in una società difficile, perchè nel futuro vogliamo una società migliore di quella di adesso.
Il vero problema è che la ricerca della felicità è legata a una buona e sana società. Ma l’ostacolo maggiore per raggiungere l’obiettivo di una società migliore è che noi pensiamo a una felicità individuale, ci accontentiamo di un’isoletta tranquilla in mezzo alle acque turbolente di un mare in tempesta». Ascoltare Zygmunt Bauman che parla nel suo inglese fluente è un privilegio. Beve un po’ d’acqua a ogni pausa, ma i 45 minuti volano via veloci.
C’è tempo ancora per qualche battuta informale sulle elezioni americane. «Non faccio pronostici, non sono un indovino», afferma. E aggiunge: «Sanders (il candidato social democratico avversario di Hillary Clinton, ndr) va bene, ma vedremo se una rondine fa primavera. Donald Trump? Rappresenta il pugno di ferro, l’uomo duro. E la gente tende a rifugiarsi verso persone fatte così».
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