Battaglia con un solo vincitore

La battaglia per il Quirinale si chiude con vincitori e vinti. Tra i primi, innanzitutto Renzi, che riesce a tenere unito il suo partito, imporre il candidato del Pd, smentire che il Patto del Nazareno avesse indicibili clausole segrete, spaccare la destra.

Con la consueta spregiudicatezza, la forza di Matteo è la capacità di manovra, il Fiorentino ha accolto le richieste della minoranza Pd, sapendo che una candidatura concordata con Berlusconi avrebbe provocato se non la scissione certo la guerriglia in Parlamento in seduta comune. Con il rischio di far impallidire le già terree giornate di due anni fa, quelle che obbligarono a richiamare in servizio Napolitano. La scelta di Mattarella ha ricucito quella ferita.

Certo le minoranze Pd, che volevano e hanno ottenuto un Presidente della Repubblica non espressione del Patto del Nazareno e dal profilo marcatamente autonomo, non saranno ora necessariamente più concilianti: Bersani lo ha già annunciato. A partire dall’Italicum. Ma è indubbio che dopo aver incassato la fine del bicameralismo perfetto, messo in dirittura d’arrivo la legge elettorale, vinta la partita per il Colle, costretto un ondivago Alfano a una precipitosa ritirata, Renzi è sicuramente più forte. Nel partito e al governo. La scadenza naturale della legislatura, almeno che il leader del Pd non decida il contrario, sembra essere ora un naturale orizzonte.

Sicuramente il principale sconfitto è Berlusconi, convinto che il Patto del Nazareno e il soccorso azzurro portato a Renzi in questi mesi per vanificare la strategia delle minoranze Pd, conducesse naturalmente a un’intesa sul Quirinale. Non è andata così. Silvio si è accorto che, proprio come per lui, per Matteo gli accordi valgono solo sino a quando sono funzionali ai suoi obiettivi. L’ex-Cavaliere disarcionato esce a pezzi dal campo quirinalizio, costretto persino fisicamente alla lontananza dai luoghi del potere nel giorno in cui il “traditore” Matteo fa saltare il banco. E a pezzi esce una destra sempre più prigioniera del conflitto d’interessi del suo ex-leader carismatico, realtà che nessuna scheda bianca nell’elezione presidenziale può cancellare. Da tempo Berlusconi ha sacrificato gli interessi politici del suo schieramento a quelli personali, tutelare le proprie aziende e cercare di limitare i danni in sede giudiziaria, abbarbicandosi all’area di governo attraverso la doppia maggioranza. Il tutto mentre Renzi, con la sua linea centrista, svuota il bacino elettorale di Forza Italia e i delusi azzurri volgono lo sguardo verso la Lega lepenizzata.

Ma per uscire da questa situazione, come chiedono i fittiani che pure hanno colto con disperata lucidità la situazione, non basta sostituire Brunetta e Romani. Servirebbe un parricidio politico, destinato a far deflagrare il berlusconismo morente. Solo se compirà questo estremo gesto la destra potrà cercare di uscire dalla palude tardo dorotea in cui è sprofondata e disputare la leadership a un Pd che Renzi ha trasformato da un imbolsito motore diesel in turbo pigliatutto. Ma sapranno i cantori del “Meno male che Silvio c’è” mettere all’angolo il loro padre-padrone o, per opportunismo politico, attesa del vitalizio, inattitudine all’autonomia, resteranno avvinghiati al suo ormai ineludibile destino?

Quanto al M5S, ha dimostrato ancora una volta la sua irrilevanza. Una forza parlamentare che in qualsiasi altro contesto avrebbe fatto sentire il suo peso è rimasta ancora una volta chiusa nel suo irrimediabile autismo politico. I pentastellati avrebbero potuto sparigliare i giochi lavorando per una candidatura Prodi o Bersani, scelte che avrebbero messo in difficoltà Renzi e la minoranza Pd. Ma per imboccare questa strada ci sarebbe voluto un gruppo dirigente degno di tal nome, non certo un manipolo di dogmatici fautori del primato della Rete spacciato per democrazia. L’ennesima prova dello stato confusionale in cui si trova il MoVimento, stretto tra il settarismo immobilista del duo Grillo-Casaleggio e la diaspora che assottiglia sempre più gruppi parlamentari autoreferenti, lontani da un Paese che chiede soluzioni e non testimonianze.

Dopo la battaglia del Colle, gli equilibri dentro e tra i partiti sono, comunque, destinati a cambiare.

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