Assolda un amico per recuperare soldi dal datore di lavoro, condannato a 3 anni
Al suo complice, conosciuto in mensa, ne sono stati inflitti 2. Il raid era stato organizzato a fronte di un credito di 50 euro

Il datore di lavoro, lo stesso che in un primo momento gli aveva aperto la porta di casa per offrirgli una sistemazione, oltre che un’occupazione, aveva ritenuto di non dovergli niente per le sue prestazioni e lui, che della questione si era sfogato con un compagno di mensa, aveva deciso di farsi valere, organizzando una spedizione punitiva nella sua abitazione.
In ballo, c’erano 50 euro di provvigioni non pagate. I guai con la giustizia, per Bernardo Capuozzo, 37 anni, residente a Tufo (Avellino), e per l’amico che lo ha aiutato, il cittadino di nazionalità albanese Elton Tafa, 43, sono cominciati così. E senza che quei soldi fossero mai riconosciuti, né all’uno né all’altro.
L’episodio che, il 27 aprile scorso culminò nell’arresto di entrambi, è stato rievocato davanti al gup del tribunale di Udine, Matteo Carlisi, nel corso del processo celebrato con rito abbreviato e concluso con la condanna del primo a 3 anni di reclusione e 1.400 euro di multa e del secondo a 2 anni e 1.000 euro (pena sospesa con la condizionale).
Il giudice ha ritenuto sussistenti tanto il concorso in furto in abitazione - quella del datore di lavoro, appunto, che abitava a Udine, in via Alfieri -, di un cellulare e di un paio di orecchini, quanto quello nel danneggiamento di alcuni dei mobili e delle stoviglie presenti al suo interno.
Quanto all’ulteriore ipotesi della minaccia, e cioè dei messaggi inviati al telefono della persona offesa prima del raid, i fatti sono stati riqualificati nella fattispecie dell’esercizio arbitrario delle proprie ragioni.
Da qui, la minore severità rispetto alle conclusioni del pm Giorgio Milillo, che aveva chiesto che a ciascuno degli imputati fossero inflitti 3 anni e 6 mesi.
Era stato lo stesso difensore di Capuozzo, l’avvocato Cristian Buttazzoni, nel condizionare la richiesta di abbreviato al deposito di una serie di documenti e all’esame del proprio assistito, a dimostrare l’esistenza di una pretesa creditizia e insistere quindi, quantomeno, per una riformulazione del capo d’imputazione. Nell’arruolarlo nella propria agenziacon il compito di procacciare clienti, l’imprenditore aveva infatti promesso al 37enne una provvigione di una trentina di euro per ogni nuovo contratto. Il lavoro svolto è stato provato dai fogli di calcolo portati in udienza dal legale.
Presenti in aula, entrambi gli imputati hanno sostanzialmente ammesso la ricostruzione dei fatti, salvo puntualizzare le rispettive ragioni: Capuozzo ha spiegato di averlo fatto per ottenere quel che gli era dovuto e Tafa, che era difeso dall’avvocato Sonia Pasca, ha precisato di non sapere quali fossero le reali intenzioni dell’amico.
I due si conoscevano perché frequentavano la mensa della Caritas. Nel giorno in cui Capuozzo aveva montato rancore nei confronti del proprio datore, si era sfogato proprio con lui. Ne avevano parlato altrove, bevendo alcolici, e dall’idea erano passati in breve ai fatti.
Prima l’ultimatum al telefonino: «Se non consegni i 50 euro, ti distruggiamo la casa», il tenore del messaggio. Poi, sapendo che quella sera si trovava fuori città, l’intrusione, forzando la porta d’ingresso, i furti e la devastazione.
Erano stati due amici del proprietario, sentendo rumori insoliti provenire dalla sua abitazione, a chiamare la polizia e permettere quindi agli agenti della Volante di arrestarli mentre si allontanavano di corsa dall’edificio. In tasca di Tafa c’erano ancora il cellulare e gli orecchini.
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