Appalti sul caffè, truffati 3 imprenditori

La Procura ha indagato 8 persone: promettevano l’aggiudicazione delle gare fingendo aderenze al ministero di Giustizia
Di Luana De Francisco

Aveva tutto quel che serve per ingannare anche il più avveduto tra gli scettici: la qualifica di avvocato e il timbro di presidente della Commissione di gara del ministero della Giustizia, una società di import-export e un lungo elenco di conoscenze romane. E aveva saputo conquistarsi la loro fiducia, portando a termine affari commerciali d’interesse comune e stabilendo un rapporto di amicizia anche familiare con i propri clienti. Quanto basta, insomma, per farli finire dritti nella sua rete prima ancora che avessero soltanto cominciato a dubitare di lui. Eppure, nel faldone che da circa un anno campeggia sul tavolo del sostituto procuratore Elisa Calligaris è proprio suo il nome posto in cima all’elenco degli otto indagati per una presunta maxi-truffa ai danni di tre imprenditori friulani. Tutti convinti di avere ottenuto, grazie al suo tramite, appalti milionari per la fornitura di caffè e di altri alimenti nelle carceri e nei consolati italiani e tutti costretti, alla lunga, a versargli centinaia di migliaia di euro per vedere la gara finalmente assegnata. Salvo poi, va da sè, ritrovarsi con un pugno di mosche in mano.

Il “cast”. Lui si chiama Giuseppe Mei, ha 67 anni e vive a Bari. La Procura di Udine lo ha indicato come la “mente” e il “regista” dell’intera messinscena. Un’operazione che si ritiene essere stata riproposta anche in altre parti d’Italia e che lo avrebbe visto agire in concorso con il figlio Primo, 31 anni, e con la moglie Giovanna Solazzo, 59, oltre che con Giovanni Fabrizio Geusa, 51, Mimmo Pastore, 46, Giorgio Lorenzo, 48, Vincenzo Salvatore Coppola, 59, e Maria Grazia Accogli, 50, tutti residenti in provincia di Lecce. Truffa, falso, contraffazione di pubblici sigilli e millantato credito le ipotesi di reato contestate a vario titolo dal magistrato e per le quali nei giorni scorsi è stato notificato loro l’avviso di conclusione delle indagini preliminari.

Chicco d’oro. Partita nella primavera del 2009 e poi arenatasi per un paio d’anni alla Procura di Roma, l’inchiesta aveva ripreso smalto a metà dell’anno scorso, quando anche in Friuli si era avuta notizia di casi simili e le carte erano passate nelle mani del pm udinese. Sono stati i carabinieri della stazione di Feletto Umberto, sotto il coordinamento del comandante Alessandro Campagnolo, a venire a capo dell’intera vicenda e porre un freno all’attività truffaldina della banda. Riuniti in un unico procedimento, i tre episodi si riferiscono a un periodo compreso tra il dicembre del 2008 e il settembre del 2012 e riguardano i titolare di due distinte srl di Tavagnacco, specializzate nella produzione e vendita rispettivamente di mobili d’arredo e di caffè, e l’amministratore delegato di una srl di Trieste a sua volta operante nel settore del caffè. Da qui, il nome “Chicco d’oro” dato all’indagine.

Il meccanismo. Tutto comincia una decina di anni fa, quando Giuseppe Mei conosce e avvia una serie di rapporti commerciali (questi reali) con l’imprenditore del caffè di Tavagnacco, attraverso la Victoria import export srl di Bari, intestata alla sua famiglia e di cui è il consulente. Tutto fila liscio fino al 2008, quando il legale comunica al friulano di essere stato nominato presidente della Commissione del ministero di Giustizia per gli appalti pubblici. Incarico ovviamente fasullo e del quale si vanterà anche con gli altri due imprenditori, prospettando loro la possibilità di concorrere con successo a gare milionarie a licitazione privata. Identico il copione: prima, fa recapitare loro la lettera d’invito del dicastero, poi dispone il sopralluogo dell’azienda da parte di un sedicente ispettore ministeriale con tanto di finto tesserino di riconoscimento incaricato di verificare le capacità produttive e commerciali del candidato, infine fa notificare l’aggiudicazione provvisoria su carta intestata da non meno fasulli ufficiali ministeriali. In calce, c’è addirittura la firma dell’allora ministro della Giustizia, Angelino Alfano.

Parcelle e intimidazioni. Resa in tal modo credibile la commedia, Mei passava alle richieste di denaro: note spese o gratifiche, sollecitate anche dietro minacce più o meno velate, volte a fare insorgere il timore di perdere l’affare o di ritorsioni personali. «Non scherzare neanche, tu non sai con chi hai a che fare, giù sono persone che non scherzano e potresti fare una brutta fine», avrebbe detto a uno dei tre, di fronte alle sue resistenze e alla pretesa trasparenza delle procedure. Risultato: 145 mila euro dal primo, 150 mila dal secondo e 47 mila dal terzo. Intuibile l’epilogo: scusa dopo scusa, riusciva prima a rinviare il completamento della gara e, poi, a dileguarsi nel nulla.

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