Antonutti si racconta: «Il mio amore per il basket nato sugli spalti con mia mamma»

Il “Cigno di Colloredo” a distanza di due anni dal suo ritiro: «Al primo anno con la Snaidero ho avuto a che fare con la paura di fallire»

 

Massimo Meroi
Michele Antonutti
Michele Antonutti

 

Michele Antonutti è un uomo di quarant’anni che vive con entusiasmo. Il Cigno di Colloredo si racconta in una pausa del suo Camp le attività estive che coinvolgono circa 400 ragazzi.

Antonutti, il suo primo pallone è stato a spicchi?

«No, da calcio, ma quello che ho amato da subito è stato quello da basket. Era l’estate del ’91, me lo regalò Roberto Gualteroni il mio primo allenatore a Pasian di Prato e senza averli mai fatti conoscevo già i fondamentali e il terzo tempo».

C’è un episodio che l’ha fatta innamorare della pallacanestro?

«Tutte le partite che vedevo con mia mamma al palazzetto. La serie C a Fagagna e la B a Udine. Il momento che amavo- di più era l’intervallo e la fine delle gare quando andavo a tirare a canestro assieme agli altri bambini».

L’allenatore cui deve di più?

«Gigi Colosetti. L’ho avuto dai 7 ai 12 anni alla Cbu. Con me c’era Michele Ferrari. In Italia parlarono tutti di quella piccola squadra che arrivò terza alle finali nazionali battendo la Kinder Bologna dove giocava un certo Belinelli».

Mai tentato da altri sport?

«No, mai tradito il basket nemmeno con il pensiero».

La sua prima volta al Carnera?

«Ho un ricordo indelebile della finale per la promozione in A 1 Snaidero-Pozzo di Gotto del 2001. Noi ragazzini ci eravamo dipinti il viso a strisce nere e arancioni. Coach Boniciolli ricorda sempre che alla fine di quella partita si ritrovò disteso a pelle di leopardo con i ragazzini che gli camminavano sopra. Ebbene, uno di quelli ero io».

Il tuo primo idolo da giovane?

«Toni Kukoč. Quando andai a giocare a Treviso chiesi dove avrei dovuto mettermi in spogliatoio. Scelsi l’armadietto e poi mi dissero che era quello di Toni. Avrei quasi potuto già chiudere lì la mia esperienza trevigiana».

Se non fosse stato Michele Antonutti quale sportivo le sarebbe piaciuto essere?

«Valentino Rossi. Ha cambiato il modo di vivere la sua disciplina a livello di immagine e di sponsor».

La partita da incorniciare?

«L’esordio in Nazionale al Forum di Assago contro il resto del Mondo. Non feci una gran partita, ma il coinvolgimento emotivo è stato unico».

La partita che vorrebbe rigiocare?

«Quella che non ho mai fatto, ovvero quella dell’addio al basket. Ma magari c’è ancora il tempo e la possibilità per organizzarla. Chissà...».

Ha mai avuto paura prima di giocare un match?

«Una gara singola no, ma quando sono entrato nella prima squadra della Snaidero ho avvertito la pressione di dover dimostrare qualcosa nella prima stagione da professionista. Del resto più alto è il livello e più devi avere la capacità di gestire le tue ansie e i tuoi timori».

Michael Jordan o Lebron James?

«Non c’è il minimo dubbio: Jordan. Ha cambiato l’immagine dell’atleta, è stato il primo sportivo a diventare un’azienda: scarpe, bibite, partite intitolate a lui. I CR7 e i Messi di oggi, in questo senso, sono figli suoi».

Meneghin o Marzorati?

«Meneghin perché è stato presidente Fip quand’ero in Nazionale ed è stato bravo a eliminare la differenza dei ruoli. Ma a Pierluigi sono molto legato, in un modo o nell’altro fa sempre qualcosa per il mio Camp».

L’avversario più forte?

«Scelgo un italiano e dico Danilo Gallinari. Giocatore completo, con una fisicità importante. Ha trasformato il gioco, era un 2,08 che portava palla».

Il suo migliore compagno di squadra, invece?

«Saša Vujačić. Alla Snaidero eravamo compagni di camera e lui mi parlava degli scout dell’Nba che venivano a vederlo. Era la prima volta che sentivo il basket a stelle e striscie vicino a me».

L’Eurochallenge con Reggio Emilia o la Coppa Italia di A2 con Udine?

«La prima. Una squadra italiana non vinceva in Europa da dieci anni, lo facemmo a Bologna e il rientro a Reggio avvenne con un corteo infinito di tifosi. Indimenticabile».

L’importanza della sua famiglia?

«Massima. Non a caso oggi ai Camp la prima cosa che faccio è ringraziare i genitori che portano i propri figli a fare sport».

Tre pensieri per ogni componente della sua famiglia. Partiamo da mamma Anna...

«Mi ha trasmesso la passione per il basket. Siamo riusciti a vedere tre partite in contemporanea: due su un paio di tv, una sul tablet. Non so se rendo l’idea...».

Papà Gianni?

«Ha la capacità di affidarsi alle cose che gli dico di fare».

Sua sorella Chiara?

«Lei è una grande violinista, ha lavorato con Laura Pausini, con il Volo. La stimo perché non ci mettiamo mai a confronto».

Meglio il frico o brovada e musetto?

«Il frico. Ma nel menù ci devono stare entrambi anche con questo caldo».

Mare o montagna?

«Tutta la vita il mare, sono freddoloso».

Trieste è rimasta in A e il derby è salvo.

«Per fortuna. Se Udine è lì è anche perché c’è Trieste. Ora però, speriamo di vincerlo qualche derby».

Un aggettivo per Pedone?

«Esuberante».

E per coach Vertemati?

«Preciso».

Mai pensato di fare il coach?

«Assolutamente no».

Si faccia una domanda che non le abbiamo fatto e si dia una risposta.

«A volte mi sento dire che è facile vivere da Michele Antonutti, ma ci si dimentica che siamo tutti essere umani con le nostre fragilità. Ogni tanto vorrei sentirmi chiedere non come sta Antonutti, ma come sta Michele».

E Michele come sta?

«Bene, ho tanto entusiasmo. Lo dico sempre ai ragazzi: è una parola greca che significa avere la luce di dio dentro di te».

 

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