A processo per la collezione di monete del nonno, assolto

L’uomo era accusato di ricettazione per avere acquistato alcuni pezzi ritenuti di valore archeologico dal sito eBay

UDINE. La passione per la numismatica gli era stata trasmessa dal nonno e buona parte della collezione di monete che custodiva in casa gli era stata lasciata in eredità. Eppure, un bel giorno si era ritrovato con i carabinieri alla porta e con il suo “tesoro” sequestrato.

Da quel momento, Giancarlo Bigaran, 60 anni, di Cervignano, aveva dovuto difendersi dall’accusa di ricettazione. Di possedere, cioè, beni di pregio artistico e culturale sottoposti a tutela e, quindi, inequivocabilmente oggetto di cosiddetto furto archeologico. Ieri, il tribunale di Udine lo ha assolto con formula piena, ponendo fine a cinque anni di tribolazione giudiziarie.

Era stato l’acquisto on-line di alcune monete risalenti a epoca romana a metterlo nei guai. Lui, così come tutti coloro che, dal 2008 al 2010, avevano cercato e trovato su eBay pezzi da aggiungere alle proprie collezioni. L’inchiesta partiva dalla Procura di Cosenza e puntava a individuare gli acquirenti di reperti rinvenuti nella zona e ritenuti di valore archeologico. Dai tabulati era spuntato anche il nome del collezionista friulano e nel 2010 era scattata la perquisizione.

Vani i tentativi di spiegare che quelle erano monete che gli erano state lasciate dal nonno e che dell’origine e del valore della merce messa in vendita dal eBay nulla sapeva. L’uomo si era ritrovato indagato dal procuratore aggiunto di Udine, Raffaele Tito, al quale gli atti erano stati nel frattempo trasmessi. Circa 300 i pezzi che gli erano stati sequestrati, tra cui anche qualche vaso e statuetta, tutti di epoca antica. Secondo la Procura, Bigaran era a conoscenza della provenienza illecita (il furto archeologico, appunto) dei reperti archeologici che gli erano stati recapitati. Diventando in tal modo, a tutti gli effetti, un ricettatore.

Nel processo che è stato celebrato davanti al giudice monocratico di Udine, Roberto Pecile, la difesa ha ribadito la totale buona fede del collezionista e ha trovato una sponda decisiva nei consulenti della Procura, che hanno a propria volta smontato la tesi accusatoria, escludendo trattarsi di reperti rari, di pregio e di valore. Punti sui quali l’avvocato Alessandro Franco, del foro di Gorizia, si è soffermato anche ieri, nell’arringa seguita all’esame dell’imputato. «La collezione – ha sostenuto il difensore – derivava in parte da un’eredità e in parte da acquisti leciti». Il verdetto del giudice, alla fine, non ha lasciato margini di dubbio: «il fatto non sussiste». (l.d.f.)

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