Fusioni tra Comuni anche su proposta dei cittadini

Oggi in giunta il disegno di legge: il 15% dei residenti potrà chiedere il referendum. Standard di 20.000 abitanti per i servizi

UDINE. Realizzare fusioni tra Comuni sarà più semplice quando sarà approvato dal consiglio regionale il disegno di legge che modifica le norme che regolano richiesta, indizione e svolgimento dei referendum. Proposta di legge che, annuncia l’assessore alle Autonomie locali, Paolo Panontin, sarà varata oggi dalla giunta Serracchiani.

La modifica inerente alle fusioni è sostanziale. Prevede infatti che l’iniziativa per l’istituzione di nuovi Comuni o la modificazione delle circoscrizioni o ancora delle denominazioni comunali possa essere avanzata anche da parte di almeno una decina di elettori dei Comuni interessati. Non più, dunque, esclusivamente dalla giunta regionale o in alternativa da consiglieri regionali, provinciali o comunali, “affiancati” da 15 mila sottoscrittori.

L’iniziativa per la fusione - corredata dalla nuova denominazione, dalla planimetria e dalla sede del capoluogo - sarà esaminata dall’amministrazione regionale entro 30 giorni e, in caso di ammissione, dovranno essere raccolte, in un massimo di 5 mesi, le sottoscrizioni in numero pari ad almeno il 15% degli elettori di ciascun Comune interessato.

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Oltre a questa novità, potenzialmente determinante al fine di consentire che processi di fusione si realizzino anche in Comuni dove le amministrazioni sono contrarie e le 15 mila firme attuali irraggiungibili, di modifica ce n’è una seconda, importante ai fini del risultato.

Per evitare il ripetersi di casi come quello della fusione tra i Comuni di Arzene, San Martino al Tagliamento e Valvasone, bocciata da un’amministrazione su tre per appena 162 voti, Panontin ha previsto infatti di considerare il quesito referendario approvato non più a fronte della maggioranza dei “sì” espressi in ciascun Comune, ma dalla maggioranza dei voti favorevoli considerati complessivamente.

Terza e ultima modifica, sempre restando alle fusioni, il ddl prevede l’introduzione di norme elettorali transitorie che per le prime elezioni garantiscano la rappresentanza delle comunità di origine.

Non in questo provvedimento, ma nelle linee guida relative alla riforma delle autonomie attualmente in fase di elaborazione, l’ex sindaco di Azzano Decimo sta ragionando anche sulle aggregazioni.

La riforma non conterrà solo la discussa cancellazione delle Province, bensì - lo hanno ribadito a più riprese sia l’assessore che la presidente Serracchiani -, il riassetto delle autonomie in generale. Necessario, se si considera che in una regione di appena 1,2 milioni di abitanti i municipi sono 218, di cui ben una cinquantina “governa” popolazioni inferiori ai mille abitanti.

Se le fusioni restano “consigliate”, obbligatorie si profilano invece le aggregazioni di servizi, oggetto tra gli altri della futura riforma. Riguardo a queste ultime, l’esponente dell’esecutivo Serracchiani, intervenuto mercoledì a un incontro pubblico a Casarsa moderato dal vicedirettore del Messaggero Veneto, Giuseppe Ragogna, ha indicato in bacini di «20/30 mila abitanti lo standard adeguato sul quale costruire aggregazioni di servizi» e ha aggiunto di star guardando con attenzione all’esempio della padovana Campodarsego, città che ha realizzato importanti economie di scala aggregando servizi in un territorio forte di 100 mila abitanti.

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