Crollano le vendite, i panifici scompaiono - Foto

UDINE. La chiusura de “La Boutique del Pane” – e che si somma alla cessione dell’attività del panificio De Luisa di via Roma alla viglia di Natale e dell’alimentari Piani di via Magenta che abbasserà la serrande per l’ultima volta questa sera – è l’ennesimo colpo inferto a un settore che forse più di altri in questi anni ha pagato il conto della crisi economica che ha colpito l’Italia e il Friuli. Una situazione che ha portato alla decisione di Confcommercio di effettuare uno “screening” dello stato di salute dei panificatori di provincia e regione e che anticipa la richiesta di stato di crisi che verrà presentata nei prossimi mesi al governo Letta.
«Le difficoltà del settore sono sotto gli occhi di tutti – ha detto Pierluigi Orlandi, presidente dei panificatori di Confcommercio Udine – e ormai siamo arrivati al punto di non ritorno. La crisi economica, e la parallela perdita del potere d’acquisto delle famiglie, ha inciso pesantemente sul nostro lavoro, ma i problemi non sono solo questi. Siamo strozzati dalla pressione fiscale, dalla burocrazia imperante e da scelte amministrative imposte dall’alto che minano la salute delle nostre imprese che, è bene ricordarlo, sono quasi tutte a gestione familiare».
Da qui, quindi, la decisione di monitorare nel dettaglio la situazione dei singoli forni per presentare a Roma un bilancio preciso delle difficoltà del settore e chiedere aiuti concreti e immediati. «L’analisi che abbiamo iniziato nelle ultime settimane – ha continuato Orlandi – disegnerà il quadro completo dei panificatori provinciali e di tutto il Friuli Venezia Giulia.
Per ogni esercizio verranno presi in considerazione il numero di dipendenti, l’eventuale perdita di lavoratori, il differenziale di fatturato registrato nel corso dei diversi anni e, nel caso, l’esposizione debitoria nei confronti delle banche. Ai primi di gennaio dovremmo aver completato la statistica, ma dai dati già in nostro possesso abbiamo la conferma di come la situazione ormai sia tragica. E credo che la richiesta di stato di crisi sia l’unica soluzione per cercare di regalare una boccata d’ossigeno a un mondo che, altrimenti, è destinato all’oblio».
Un crollo delle vendite, con la parallela chiusura di punti vendita storici e, come nel caso de “La Boutique del Pane”, ultracentenari che però non è imputabile, per Orlandi, soltanto alle scelte del governo centrale, ma anche alla miopia dell’amministrazione regionale e comunale contro le quali il numero uno dei panificatori friulani si scaglia duramente.
«Il Friuli Venezia Giulia – ha spiegato – ha ormai un numero di centri commerciali, anche rapportato alla popolazione del territorio, superiore alla Lombardia e al Veneto. A regioni, cioè, che per dimensioni e abitanti sono notevolmente più grandi della nostra. Le scelte degli ultimi anni sono state folli e senza logica. Si è deciso di dare lavoro alle grandi multinazionali che non garantiscono alcun futuro alle famiglie friulane, ma semplicemente hanno il compito di trasferire nei loro paesi d’origine la ricchezza prodotta nel nostro territorio. Io mi chiedo ancora perché solo da noi si sia intrapresa una strada che, per il tessuto economico locale fatto di piccole e medie imprese, rappresenta una sorta di suicidio collettivo».
Il modello da seguire, per Orlandi, è quello delle province autonome di Trento e Bolzano. «Da quelle parti – ha concluso – le amministrazioni locali hanno agito con sagacia e con l’obiettivo di tutelare la piccola distribuzione. Quella realtà la conosco bene e vi posso assicurare che non soltanto i negozi sono chiusi la domenica, favorendo i rapporti familiari, ma che i permessi per le aperture dei grandi centri commerciali sono ridotti al minimo proprio per privilegiare gli esercizi minori.
E non mi si venga a dire che quelle città sono diverse da Udine perché per dimensioni e popolazioni sono molto simili al capoluogo friulano. È soltanto questione di politiche amministrative che in Trentino Alto Adige sono andate in una direzione, chiara e netta, mentre qui da noi stanno uccidendo la storia, la tradizione e anche il futuro delle aziende locali. Se poi ci aggiungiamo il fatto che nel nostro settore manca il turnover – soprattutto perché gli istituti bancari difficilmente concedono prestiti e agevolazioni ai più giovani – bene si capisce come il mondo dei panificatori sia, ormai, allo stremo delle forze».
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