Lupano: «I “Microcosmi” di Magris mi hanno aperto un mondo»

Intervista col protagonista dello spettacolo in prima sabato 13 al Mittelfest di Cividale «Recitando faremo insieme una lunga passeggiata. Sono ferrato sulle maratone»

La corsa scenica si è momentaneamente impadronita di lui. «Finché tengono i legamenti, dai, si va». È un ragazzo del ’69, Giorgio Lupano, il fascinoso Stefano Loi di Paura di amare, e nulla lo distoglie dal muovere i muscoli sul palcoscenico. Chi mastica prosa sa cos’è la “Maratona di New York” di Edoardo Erba, una pièce tachicardica. Si recita correndo. Ecco, Giorgio è uno dei due attori/atleti e di chilometri, seppure da fermo, ne ha macinati a decine e decine in quattro anni di repliche.

“Microcosmi”, uno dei picchi di “Mittelfest 2013” (sabato 13, dalle 19.30), contiene pur sempre il concetto di spettacolo maratona, fortunatamente a passo d’uomo. Il libro di Claudio Magris è stato rapito da Giorgio Pressburger - regista, drammaturgo e il primo a far funzionare il festival cividalese - per farne uno show itinerante per vie, viuzze, piazze e slarghi della città ducale. Lupano è the voice, il narratore, l’autore. Colui che guida col timbro caldo le nove stazioni di una «via crucis laica», introspettiva, turistica se vogliamo, della memoria, soprattutto.

«Le maschere stanno in alto, sopra il bancone di legno intarsiato, che proviene dalla rinomata falegnameria Cante - rinomata almeno un tempo, ma al Caffè San Marco le insegne onorate e la fama durano di più...».

L’incipit del racconto è questo. Il tour si leva dal bar triestino “arca di Noé”, come lo definisce lo scrittore, e attraversa poi la Valcellina, le Lagune, il Nevoso, la Collina, le Assirtidi, l’Antholz, il Giardino Pubblico, La volta.

- E il pubblico a seguire la carovana. Quante ore?

«Cinque e qualcosa. Oggi (ieri per chi legge, ndr) comincio a penetrare il sistema sul serio. So tutto, ma qualcosa sfugge. Ancora per poco».

- Pressburger l’avrà scelta per la sua ormai mitologica resistenza.

«C’è un giro in più, per la verità. Fu Walter Mramor, il direttore del Verdi di Gorizia, a fare il mio nome a Giorgio. Mi notò durante un festival quand’ero preso da una lettura colta. A quel punto scattò l’incontro ufficiale e la stretta di mano con il boss».

- Con “Microcosmi” che rapporti aveva al momento della firma del contratto?

«Onestamente antichi. Lo conoscevo, quel libro, ma ricordavo ben poco. È un testo che appartiene ai classici e, come tale, ti porti dietro il fascino. Conquistare ogni angolo di pagina divenne una priorità. Non solo: l’andare oltre, ovvero toccare terre e luoghi, si è rivelata una piacevole urgenza teatrale. Il San Marco è un posto dove torni, se passi per Trieste, istiga la conoscenza. Scopro la laguna gradese, l’isola legata alla terraferma. Si mostra, nella sua raccolta raffinatezza, pure una Cividale incantevole; cerco di non farmi mancare sguardi utili, scorrazzo su Google e poi atterro in sicurezza. Ha presente le vecchie ricerche di scuola? Stessa dinamica».

- In un certo senso lei è l’alter ego dell’autore. Vi siete incontrati?

«Ancora no. Sarà un piacere quando succederà. Non vorrei farmi condizionare dalla sua gestualità naturale. Ci parleremo, senz’altro. Verrà a vederci, spero».

- La messinscena monstre appartiene ad annate passate ben più propense ad accettare il ritmo lento della vita. Adesso è tutta un’altra musica.

«Certo, se è per questo nei momenti peggiori della sperimentazione al pubblico, dal palco, arrivava di tutto, anche bistecche. Provocazioni ormai dimenticate. La narrazione in movimento ti permette di ascoltare e di osservare ben oltre le solite quinte».

- Il teatro resta l’habitat prediletto. Ma c’è anche del buon cinema e molta televisione nella sua collezione.

«Visite necessarie. Ti assicurano il contenuto del panino. Con la tv guadagni bene, sempre meno, però bene. Col cinema pochino, con la commedia ti accontenti. Guardi, sarò sincero. Se la popolarità che il piccolo schermo ti dona trascina gente nei teatri, ben venga la tv. Ho notato una metamorfosi pazzesca fra il prima “Paura di amare” e il dopo. Ogni replica era un sold out».

- E in autunno arriverà la seconda serie...

«Una certa qualità paga ancora. Lo spettatore ingoia schifezze per inerzia. Quando il cibo è buono, ne vuole ancora. E noi siamo pronti a servirlo come si deve».

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