Processo amianto, decide la Cassazione FOTO

Slitta l’attesa sentenza per le morti ai cantieri di Monfalcone. Il tribunale ammette l’istanza di legittima suspicione

GORIZIA. Poteva essere la giornata della sentenza, quella che chiudeva un maxi-processo durato tre anni e che era attesa da centinaia di familiari di vittime dell’amianto. Imputati di omicidio colposo 35 persone tra vertici dell’ex Italcantieri e rappresentanti delle ditte appaltanti per la morte di 85 lavoratori dei cantieri.

Invece ci si è trovati dinanzi a un nuovo rinvio deciso dal giudice Matteo Trotta dopo che l’avvocato Alessandro Cassiani ha chiesto la rimessione del processo alla Corte di Cassazione per “legittima suspicione”. Un rinvio di un mese - la prossima udienza si terrà il 23 luglio - che ha comunque indispettito il pubblico presente, quasi tutti appartenenti all’Associazione esposti amianto.

Il colpo di scena è avvenuto all’inizio dell’udienza. Prima che il giudice desse la parola al pubblico ministero per la replica, si è alzato l’avvocato Alessandro Cassiani - difensore di Giorgio Tupini - per annunciare che stava depositando alla cancelleria penale la richiesta di rimessione del processo sostenendo che il tribunale non era nelle condizioni di pronunciare una sentenza in modo sereno ed equilibrato.

E adduceva come motivo le pressioni esercitate in questi giorni, gli articoli dei giornali e la richiesta, poi respinta, del Procuratore capo della Repubblica di autorizzare delle riprese in video-conferenza tra l’aula del Tribunale e la sala conferenze dell’ospedale di San Polo anche per evitare problemi di ordine pubblico che sarebbero potuti sorgere dalla presenza di un numero consistente di persone. Persone considerate alla stregua di fomentatori di violenze o disordini.

Ieri in tribunale a Gorizia nello spazio dedicato al pubblico c’erano si e no 50 persone, molto tranquille, come tranquille sono state le altre 91 udienze, celebrate per la stragrande maggioranza dinanzi a un pubblico che si contava sulle dita di una mano e caratterizzate anche dalle molteplici assenze dell’avvocato Cassiani che si è visto in aula praticamente solo durante la discussione.

È stato lo stesso giudice Trotta ad ammettere ieri che il processo si è svolto fino ad ora “senza alcun tipo di problema” legato a gravi situazioni locali tali da turbare lo svolgimento del processo come prevede l’art. 45 del Codice di procedura penale.

Contro la richiesta di Cassiani si sono espressi sia il pubblico ministero Valentina Bossi che gli avvocati che tutelano le parte civili, ma la decisione presa da Trotta, dopo 2 ore e 35 minuti di camera di consiglio, è stata sostanzialmente obbligata: secondo la giurisprudenza corrente dinanzi a una richiesta di rimessione, il giudice deve limitarsi a trasmetterla immediatamente alla Corte di Cassazione astenendosi dall’emettere la sentenza fino alla decisione che sarà presa dalla Suprema corte.

Corte che deve esprimersi entro 30 giorni. Lo farà? Tutti se lo auspicano anche perché il giudice Trotta, come da lui stesso ricordato ieri, sta per lasciare il tribunale di Gorizia destinato a quello di Trieste. Ci sono poi ragioni di economia processuale che spingono per una decisione in tempi brevi, cioè prima della pausa feriale.

A dire il vero Trotta avrebbe potuto completare il processo e arrivare alla sentenza con il rischio poi che, se la Cassazione avesse annullato tutto,si sarebbe ripartiti da zero. Come si ripartirà da zero se la Suprema corte accoglierà la richiesta di Cassiani e trasferirà il processo in un’altra sede, fuori della regione, e con un altro giudice. Novantun udienze buttate a mare, più di 500 testimonianze inutilizzabili, il rischio incombente della prescrizione. Insomma una bella pagina di malagiustizia.

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