Lavoro e giovani le sfide di Debora
La priorità della nostra Regione si chiama lavoro. «La nostra comunità, che fino a qualche anno fa viveva una situazione vicina alla piena occupazione, si ritrova a fare i conti con una percentuale di disoccupazione giovanile attorno al 30%. Non possiamo ignorare che questi dati producono sul nostro tessuto sociale effetti negativi, che in gran parte non sono ancora evidenti ai nostri occhi». Sono parole della presidente Debora Serracchiani, tratte dal discorso di insediamento, ieri, in Consiglio regionale.
Nelle stesse ore il sistema camerale del Friuli Venezia Giulia presentava, a Gorizia, le cifre impietose del nostro declino. Eccone una sintesi spaventosa nelle parole del presidente Giovanni Da Pozzo: siamo scivolati in fondo alla classifica anche per l’export regionale che fino al 2009 ci vedeva tra i migliori e che ora fa segnare addirittura un -14.9% nel terzo trimestre 2012. «Anche – sottolinea Da Pozzo – perché fino a poco tempo fa l’export consentiva al Friuli Venezia Giulia di sentirsi “isola felice”». Non è più così. La nostra grande capacità di produrre e competere si è asciugata e il sistema della Camere di commercio, pur sottolineando il contesto mondiale di crisi, lancia accuse alla politica nostrana (di cui, peraltro, il sistema camerale è un pezzo integrante e non sempre virtuoso): l’economia boccheggia e voi non fate nulla.
Se siamo giunti a questo punto è per le responsabilità di molti, anche di quegli stessi che tiravano per la giacchetta Renzo Tondo e adesso si apprestano a farlo con Debora Serracchiani. Esiste ormai uno scollamento, ad esempio, fra le associazioni di categoria e i loro associati. Quest’ultimi impegnati a mettere assieme il pranzo con la cena mentre i primi si barcamenano in tatticismi che assomigliano molto a quella politica che, nei convegni, sono soliti censurare. Confindustria non ha più senso divisa in Pordenone, Udine, Gorizia-Trieste. Le Camere di commercio hanno iniziato solo ora a condividere servizi e personale perennemente frazionati fra quattro strutture e sono fortemente influenzate dai governanti. I sindacati dispensano buoni consigli ma faticano a fondere fra loro ambiti geografici che non sono più funzionali e che li rendono più deboli invece che più forti. La specificità territoriale che Trieste, Gorizia, Udine, Pordenone rivendicano ciascuno per sè in via esclusiva rinviando ad altri il tentativo di stare assieme, fare massa critica, ottimizzare sta diventando la nostra condanna.
Se il segnale di rottura con la tradizione polverosa che sparpaglia le energie di questo nostro popolo salt, onest e lavoradôr non giunge da noi, così Speciali, chi altro deve lanciarlo? Non lo Stato, non la Padania, non la Macroregione. La nostra forza è lo Statuto di Autonomia e bisogna iniziare a usarlo meglio.
A questi tanti interlocutori, diversi per orientamento e capacità, resi cinicamente eguali nel mungere, direttamente o indirettamente, dalla Regione si appresta a parlare la presidente Serracchiani. Dovrà raccontar loro che per creare nuovi posti di lavoro e difendere quelli esistenti sarà necessario cambiare registro. A iniziare da dove? Scelgo a caso. Dalla formazione professionale, che poco prima del voto per le Regionali ha messo in mostra tutte le sue crepe. Dal rapporto fra scuola e impresa, ancora sporadico e poco coordinato. Dalla ridefinizione della cassa integrazione, finanziata e rifinanziata con larghezza, quasi con orgoglio, dall’assessore uscente Brandi senza essere affiancata da percorsi di riqualificazione. Anche il sindacato inizia ad avere qualche dubbio su questa pratica, necessaria, messa in pratica in maniera troppo grezza per una Regione che ha molti poteri e ancora qualche soldino da spendere.
Come si vede per declinare la parola “lavoro” la giunta regionale non ha che da scegliere la pagina sulla quale scriverla. La nuova vita di Debora Serracchiani inizia da qui, da questa sfida. È la sua generazione che la deve vincere.
Meno appassionanti ma non meno fondamentali sono gli altri spunti emersi nel discorso programmatico. Tralascio l’ampia pagina di richiami all’Europa e alla grande comunità internazionale che ha il suo perno nel Friuli, terra di confine e di incontro. È una retorica alla quale non ho mai creduto e che non ha generato finora alcunché in termini di sviluppo.
A una Regione che sogna di aprirsi all’Europa serve uno Stato con una politica estera autorevole. Noi siamo quelli dei due marò. Emma Bonino è donna capace di fare miracoli, vedremo se avrà tempo sufficiente per corroborare, da ministro, le aspettative di intesa fra aree contermini che sono auspicate dalla neo presidente regionale.
Mi piace invece soffermarmi sulla corposa serie di riforme annunciate. C’è tutto quel che avrebbe dovuto fare il centrodestra, in primis la normalizzazione della burocrazia regionale, ormai centro del potere amministrativo. Se è vero che Debora Serracchiani ripartirà funzioni e competenze fra Comuni e Regione, esautorando le Province, dovrà stare molto attenta a non dare a Pordenone la sensazione di essere riassorbita da Udine e a Gorizia di non venire annessa da Trieste. Non sarà operazione semplice, gli scalmanati pro-Province si stanno già scatenando. E non dimentichi, la presidente, che la disparità di distribuzione delle risorse fra il Friuli e Trieste non è solo propaganda. Ecco una riforma nella riforma. Anzi, una rivoluzione.
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