C’è l’idolo Kamenashi e Twitter si fa bollente

di Gian Paolo Polesini
Il signore di Pusan e il giovanotto di Tokyo. Sono tutt’altro che passeggeri casuali di un festival che raduna il mondo d’Oriente nel vecchio continente. Il signore di Pusan, Kim Dong-ho, abita una . polis coreana da tre milioni di anime ed è a suo modo un uomo di pace. Kamenashi Kazuya è il giovanotto di Tokyo idolo delle new generation. Canta, balla, sfila, recita e appena lanci un tweet col suo nome e con la sua foto ti ritwittano in centinaia. Sparsi ovunque per il globo. Pazzesco. La sua gittata glamour equivale a un missile terra-aria. A suo modo, più elegante e compito, mister Kim è una potenza platenaria. Assembla cinema, ricerca nuove forme espressive, fa stringere mani altrimenti in tasca, stana registi, lancia funi all’Ovest affinché facciano sentire l’estremo Est in qualche modo collegato. E come nelle migliori carrambate dell’altro secolo, il piccolo grande coreano del Sud incravattato e intimorito dai mille e più del Giovanni da Udine e il ventisettenne nippo in giacca a quadro sciolta sul pantalone e ciuffo ribelle, erano qui! Nel senso di Udine, nel senso di opening night del Far East Film number quindici, nel senso di ieri sera in un Nuovo che così straboccante e scarso di ossigeno si vede un paio di volte l’anno. Sabrina Baracetti, con sciarpa chiffon celeste e in total black, è con Thomas Bertacche il pilone su cui regge l’unica postazione europea della filmografia d’Oriente. Lei si piglia il proscenio affiancata da mister Kim, che solleverà il Gelso d’oro alla carriera. «Premiarlo è un gesto di gratitudine e di resistenza: significa evidenziare il valore di quei cantieri aperti che sono i festival di cinema». Un botto di gente. Già dall’alba. Alle sei, dice chi c’era, un popolo paziente attendeva l’apertura della biglietteria. Tra esserci e non esserci ne corre di sostanza. Abbiamo un sospetto: Kamenashi Kazuya. Voi non immaginate quanto i teen del globo adorino il frontman dei Kat-Tun. Si può glissare sul glamour in una soirée come questa? E con un fascio di flash addosso, quasi mistico, il giovanotto di Tokyo (vive nel quartiere di Edogawa riservato ai baciati da Dio) si nascondeva mostrandosi. Gli artisti sono così, timidi esibizionisti. E si palleggia nuovamente col palco. Kim Dong-ho stringe il Gelso d’oro, saluta con un «Buonasera» (evita il “mandi Udin”, per fortuna) e con tono commosso spiega quanto il cinema in realtà sia sogno da inalare fino in fondo. E il suo Jury - cortometraggio esibito in onore suo - è una ironica sorvolata sulle giurie festivaliere, dove l’immaginazione abbatte il reale. «All’alba del Far East Film numero uno del 1999 - dice Baracetti - ci siamo svegliati una mattina al festival di Pusan (ma ora si chiama Busan). Eravamo piccoli, ma una persona speciale ci ha fatto sentire grandi, guidandoci nella rete internazionale al pari dei più celebrati». Kim abbozza un sorriso compiaciuto. Si, sta parlando proprio di lei. Dalla fila dieci, dove si allungano le gambe, si alza Miki Satoshi. Boato. Il regista è conosciuto da queste parti fareastiane. It’s me, it’s me, è la commedia surreale delle 23. Non sarebbe un taglio di nastro ai massimi senza un filmone apripista e il filmone apripista c’è. The Berlin File, action coreano di quelli che ti perdi volentieri fra i tripli giochi delle spie. Intanto corri, a mille all’ora e ti diverti come un bimbo con la play station. È soltanto il primo dei cinquantasette del cartellone. E quest’anno è tutto digitale e coi sottotitoli in italiano. Da ammalarsi di asiatica.
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