Missione Vinitaly: esportare la qualità

UDINE. Il fatturato aumenta del 5,1% per quelle che non esportano e, addirittura, del 14,3% per quelle che vendono all’estero. Restano stabili gli addetti (+0,9%), anche se nelle aziende vinicole che contano tra i 10 e i 49 addetti la crescita media dei lavoratori è del 13,2%. Produciamo il 2,4% del vino nazionale (un milione 334 mila ettolitri di cui 572 di Docg di cui il 41,7% in provincia di Pordenone, il 36,6 in quella di Udine, il 20,3 in quella di Gorizia e l’1,3 a Trieste) e, da oggi a mercoledì, al Vinitaly di Verona puntiamo a dire la nostra con 208 aziende; 105 riunite in collettiva nello stand dell’Ersa e 103 esterne .
Giorgio Badin, presidente del Consorzio Doc del Friuli Venezia Giulia, fa il punto sulla situazione di mercato. «La situazione generale è di forte trasformazione: continua a crescere la produzione di bianchi, mentre diminuiscono i rossi e si fa largo il Prosecco: oggi, in Friuli Venezia Giulia, contiamo 3 mila ettari. Il brand della nostra produzione continua a essere il Pinot Grigio che, però, non è un brand ricco. Non si colloca tra il livelli di qualità più elevati nel panorama enologico mondiale e ha poca redditività.
Ecco che la differenza la fa il brand aziendale: chi, in questi anni, ha investito molto in immagine – e nel prodotto – ora raccoglie i frutti, soprattutto all’estero. Anche il vino, come tutti gli altri comparti, risente del ristagno dei consumi interni e chi ha saputo guardare oltre i confini nazionali oggi soffre molto meno degli altri». «Ma per vendere all’estero bisogna muoversi molto e avere il coraggio di fare gli imprenditori, e di farlo fino in fondo: bisogna sapersi approcciare a quei mercati senza snaturare il proprio prodotto, errore che molti stanno commettendo.
Quei tre mila ettari di Prosecco – continua Badin – seguono il mercato; sono stati piantati perchè il mondo della produzione sente che può collocare il prodotto, ma questo non vuol dire creare mercato. Noi dobbiamo puntare a una clientela ristretta. I nostri numeri parlano per noi: produciamo il 2,4% del prodotto nazionale e dobbiamo puntare a colpire una nicchia di operatori che pensa al vino come prodotto per l’alta ristorazione, per quella di qualità». E per conquistare quegli spazi il Consorzio Doc che fa? «Attività e e promozione all’estero, assieme all’Ersa.
Fino adesso sono stati organizzati 52 eventi in ogni angolo del mondo, dal Brasile al Giappone, puntando appunto sul prodotto di qualità». Ma come fa il “piccolo Friuli” a farsi notare nel mondo? «Un episodio ci aiuta a capire cosa succede fuori dai nostri confini – racconta il presidente del Consorzio Doc –. Una volta a una degustazione a Shanghai la Francia si presenta con Chateau Latur e Lafite: non c’è stata gara. Hanno collocato le grandi etichette e dietro si sono portati l’intero prodotto Francia.
Un coordinamento perfetto che manca al nostro Paese (non soltanto in questo comparto, ndr). Un sistema nazionale in grado di spiegare ed esaltare il made in Italy. Bisognerebbe creare qualcosa del genere anche se nel nostro paese ognuno cura i propri interessi, alla rinfusa. Ecco, quello che possiamo fare noi come consorzio è, nel nostro piccolo, cercare di non fare altrettanto».
Oggi apre il Vinitaly: vale davvero la pena essere qui? «Assolutamente sì. Un’azienda con capacità imprenditoriali non aspetta Verona per collocare il proprio prodotto, ma la fiera riveste un aspetto molto importante: fa sentire il polso della situazione e ti fa capire a che punto sei tu, con la tua azienda, in questo mondo, cosa potrai aspettarti durante l’anno e in prospettiva in quelli a venire. Qui al Vinitaly ci sono importatori e operatori, nazionali ed internazionali. Forse non si fanno più gli ordini con la copia commissione in mano, com’era all’inizio degli anni Settanta, ma bisogna esserci». E i costi? «Sono elevati, circa 215 euro il metroquadrato. Cui si aggiunge il costo dell’allestimento».
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