Patto di stabilità: è allarme fallimenti

Dal primo gennaio, anche in Fvg, lo Stato congela i soldi nelle casse di Comuni e Province. «Un meccanismo infernale». «L’Ue voleva impedire gli sprechi ma l’Italia è andata oltre». «Non si possono pagare neppure gli stati di avanzamento»
Udine 16 APRILE 2012 lavori mercatovecchio Telefoto Copyright Petrussi Foto Press Turco
Udine 16 APRILE 2012 lavori mercatovecchio Telefoto Copyright Petrussi Foto Press Turco

UDINE. Si scrive Patto di stabilità si legge fallimenti di massa. La bomba è stata innescata in Friuli Venezia Giulia il primo gennaio, da quando cioè anche la nostra regione a statuto speciale (alternato) si è dovuta adeguare alla legge nazionale.

Una norma, tecnicissima, di una «gravità inaudita» che ha già scatenato le proteste dell’Anci, dell’Ance, degli ordini professionali di architetti ed ingegneri, di tutti gli amministratori e degli artigiani. Una legge killer che, da una parte impedisce a Comuni e Province di pagare le aziende che svolgono lavori pubblici, dall’altra di appaltare nuovi interventi. Il tutto per congelare in cassa i soldi degli enti; cassa che – guarda caso – lo Stato ha centralizzato creando una tesoreria unica, gestita a livello centrale.

Una norma talmente poco lungimirante (qualcuno dovrà spiegare a Roma che sono le aziende a produrre le tasse che tengono in vita il sistema pubblico e che farle fallire vuol dire autodistruggersi) che fa gridare alla “disobbedienza”. Sbagliato, ma comprensibile. L’assessore al bilancio del Comune di Gorizia, Guido Pettarin, proprio in questi giorni ha organizzato un incontro per cercare di capire contro quale mostro devono battagliare i Comuni.

Cosa comporta il Patto Il Patto di stabilità nasce per normativa comunitaria e ha come obiettivo primario il contenimento del debito pubblico. In Italia, però, qualcuno pensa bene di farlo diventare un qualcosa di più: un modo per fare cassa. «Con il patto di stabilità e il saldo di competenza mista – spiega Pettarin – lo Stato doveva impedire le uscite di cassa agli enti territoriali che non riescivano a far fronte ai propri impegni. Il motivo è presto detto: in molte Regioni, soprattutto a statuto ordinario, ma non solo (vedi Sicilia, ndr), si creavano degli avanzi di amministrazione che davano la possibilità di mettere in cantiere spese superiori alle effettive possibilità».

La copertura preventiva Prima di entrare nel merito del Patto di stabilità, va fatta una premessa. Nel nostro Paese il sistema contabile e il modo di redigere bilanci è diverso fra Comuni e Province e fra Regioni e Stato. I primi (Comuni e Province) devono sottostare al principio della copertura preventiva cioè «devono avere la certezza – continua Pettarin – che ci sono le entrate o i fondi per quel determinato lavoro. Spesso – insiste l’assessore – si sente dire che certi Comuni o Province hanno speso più di quanto hanno in cassa. È una bestialità. Se non ci sono comportamenti poco trasparenti o truffaldini è impossibile spendere di più». Ma torniamo alla copertura preventiva con un esempio: «il Comune ha i soldi (per esempio un milione), fa la gara e l’aggiudica.

La ditta apre il cantiere e al primo stato di avanzamento chiede l’acconto: 200 mila euro. Il Comune controlla che i lavori sono a regola d’arte e da il via libera al pagamento. A quel punto, però, il meccanismo del Patto di stabilità lo impedisce: il Patto stesso non tiene conto dell’obbligazione giuridica, sottoponendo le uscite di cassa ad un meccanismo diabolico, anche se quei fondi sono in portafoglio».

Il meccanismo del Patto Spiegarlo – guardando la norma e per stessa ammissione dell’assessore e avvocato Pettarin – «è praticamente impossibile, tanto è complicato». Ma proviamo a venirne a capo. L’algoritmo somma i primi tre titoli delle entrate del bilancio di Comuni o Province, sottrae il titolo primo delle spesa correnti, somma il titolo quarto degli investimenti e sottrae il titolo secondo. Il risultato è la somma massima possibile delle uscite di cassa. Quasi sempre una cifra che copre non più del 20% dei lavori cantierizzati. «Il meccanismo è talmente complesso – continua l’assessore goriziano – che, per esempio, i mutui non sono inseriti nel calcolo, ma le rate degli stessi mutui sì. In soldoni lo Stato ci dice: tu spendi già per quelle rate, ma non tiene conto che ho incassato i soldi del mutuo e così si arriva al paradosso che più un Comune è virtuoso, quanto più fa mutui per opere, e quanto più ha la possibilità di pagare le rate, e tanto meno può pagare le imprese per i lavori appaltati».

Così chiudono le imprese «I “fenomeni” che hanno pensato questo sistema – aggiunge Pettarin – si sono dimenticati delle famiglie. Quando abbiamo fatto presente questa situazione al Ministero ci siamo sentiti rispondere: “ma che problema c’è, se i soldi sono in cassa prima o poi saranno pagati”. Lo Stato non tiene conto del fatto che per le imprese esistono due parametri di sopravvivenza: essere pagato e il prima possibile. I soldi, per pagare le spese, non si inventano e soprattutto costano.  Le banche – se li anticipano – non li regalano e se non arrivano in tempo il fallimento è assicurato. Basta parlare con l’Ance e leggere i dati sull’edilizia per comprendere quante imprese sono in difficoltà. E sarà sempre peggio. Nelle Regioni a statuto ordinario – dove il Patto di stabilità si applica dal 1998 –, gli enti pubblici non appaltano più nulla. Non si fa più manutenzione. E i soldi in cassa ci sono».

La Regione tratta a Roma C’è tempo fino a marzo per trovare una soluzione. La giunta Tondo (Sandra Savino in testa) tratta con Roma sperando, magari, di tornare alla situazione precedente, in cui il Patto era fra Comuni e Regione (se c’era la copertura si appaltava e si pagava). «Non sarà facile – conclude Guido Pettarin –, con il Patto di stabilità lo Stato ha ripristinato la tesoreria unica gestita a livello centrale. Si tiene i soldi ben stretti. Provocatoriamente servirebbe un atto di disobbedienza, ma realmente è impossibile. La Corte dei Conti evidenzia che violare il Patto prevede sanzioni, per esempio il taglio dei trasferimenti. Senza contare il danno erariale».

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