Friuli Venezia Giulia La specialità ha 50 anni l’anomalia ha funzionato

Mezzo secolo. Sarebbero le nozze d’oro che le coppie festeggiano quando da cinquant’anni stanno insieme e dapprima si vogliono bene, poi si sopportano e infine aspettano...
Ciò furlan, impara a viver e dime grasie.
Ciò triestin, vonde mangiami tal ciàf.
Siamo ancora lí? Gianfranco D’Aronco, che mi onora della sua amicizia e comprende benissimo il significato delle mie parole, dice la sua in questa stessa pagina. Io non la penso come lui e dirò perché.
Correva il 1963. Correva talmente veloce che andò a sbattere contro il ’68 e in Italia furono dolori. Nel frattempo in quest’area di confine, dove si viveva guardandosi a muso duro con gli slavi sui quali aleggiava ancora il fantasma di Porzûs, prendeva corpo un’invenzione istituzionale che un gruppo di parlamentari friulani, capeggiati da Tiziano Tessitori, teneva in gestazione da tempo.
Si trattava del Friuli, cioè di quella regione che aveva come ambasciatori migliaia di lavoratori eccezionali, ai quali tutto il mondo riconosceva peculiarità invidiabili. E allora, perché non dare un riconoscimento di specialità alla terra in cui erano nati e cresciuti? C’erano tutti i presupposti, sintetizzabili - per quanto riguarda gli uomini - in uno storico salt, onest, lavoradôr e poi, dal punto di vista geografico e politico, una dolente emarginazione dal resto del Paese e una contiguità con la ribollente Federativa di Tito: il tutto corroborato da uno spiccato senso di autonomia, esaltato da un di bessoi molto eloquente, e sostenuto da una lingua(il friulano, appunto) in loco piú diffusa dell’italiano e del dialetto veneto.
Per arrivare al battesimo della regione a statuto speciale il percorso fu lungo e accidentato. Bisognava convincere dell’utilità dell’iniziativa prima di tutti gli sciovinisti friulani e poi i politici e i burocrati romani. Sembra facile, oggi che per conquistare voti e poltrone nella capitale si parla di macro-regione come di una gallina dalle uova d’oro! Ma allora i cosí detti padri fondatori avevano un bel da fare per portare gli avversari sul proprio terreno, poiché neppure all’interno dei singoli partiti c’era identità di vedute su questo problema.
Si arrivò tuttavia al dunque, ma niente champagne e neppure grappino per festeggiare! C’era piú delusione che esultanza nelle contrade friulane e il motivo di allora riecheggia ancor oggi, per bocca del mio amico D’Aronco, nonostante i confini spazzati e il mondo rimpicciolito.
Trieste, l’amaro calice per Udine e furlanía! Cosa c’entravano quei piagnoni triestini, scansafatiche per natura, gaudenti per vocazione, cosa c’entravano con la regione del Friuli?
No varin migo di mantigníu simpri noatris!
Si esagerava, naturalmente, ma per tutta risposta i friulani si beccarono uno schiaffone che brucia ancora: Trieste divenne capitale del Friuli-Venezia Giulia, ottenne le prerogative di competenza e nelle province di Udine, Gorizia e Pordenone si continuò per anni a discutere e a litigare per quella che D’Aronco chiama ancora «la regione mai nata». Mai nata - dice - perché non esiste la Regione Friuli, senza denominazioni aggiunte e senza trattini d’unione: sul trattino, il direttore d’allora di questo giornale, Vittorino Meloni, aprí un dibattito che suscitò interesse soprattutto tra i politici alla ricerca di ogni cavillo per tenere aperta la discussione. Sforzi lodevoli, ma vani.
Cinquant’anni fa, dunque, questa Regione muoveva i primi passi; per combinazione, anch’io cinquant’anni fa muovevo i primi passi nei giornali e la circostanza spero mi autorizzi a esprimere oggi qualche opinione.
Non so con certezza quanti sono stati i presidenti della Giunta, per ciò mi limito a ricordare il primo, Alfredo Berzanti, che ha avviato la complessa macchina istituzionale su binari rivelatisi di sicura affidabilità; senza aggiungere nomi, è doveroso riconoscere a tutti i suoi successori un impegno esemplare e corretto anche nelle circostanze piú difficili (penso in primis al terremoto): nei tempi che viviamo, reputo questa un’anomalia di cui compiacersi.
E adeso, triestin, qua la man de un furlan.
Ho sempre creduto che se Trieste per assurdo non fosse esistita, di una Regione Friuli non si sarebbe neppure parlato e mi meraviglia molto che ancor oggi tra il Friuli e la Venezia Giulia (a proposito, che c’entra quella Venezia? ci mettiamo un trattino?) esistano diatribe alimentate da ragioni - diciamo cosí - di piccolo cabotaggio: un contributo a Tizio anziché a Caio, un posto letto negli ospedali e via elencando diatribe per università, porti, territori, cabinovie, eccetera. Comunque sia, una cosa, fra le tante, non capisco: se ben ricordo, in Consiglio regionale prevalgono numericamente i friulani e allora perché non riescono a imporre la loro volontà? Io avrei la risposta, ma la rivelerò dopo le elezioni di primavera.
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