Lievi: porto in scena una farsa sull’ottusità umana

“La fine dell’inizio” è una farsa che nasconde, sotto l’apparente realismo dell’azione (tutto avviene in una casa di contadini) e lo schematismo della fabula, qualcosa di sottile e profondo.
Si parla di un inizio e della sua fine.
Ma quale inizio? E quale fine?
Quello che coincise con la caduta di Adamo ed Eva, la cacciata dal Paradiso Terrestre e la condanna del genere umano al lavoro (“Guadagnerai il pane con il sudore della tua fronte”) o quello inaugurato da uno dei protagonisti della pièce, Darry, con la proposta di eliminare il “femminile” (“Tu vai a lavorare nei campi,” dice alla moglie Lizzie “e io faccio i lavori di casa”, in una arrogante e quasi farsesca presa di potere maschile su tutto e tutti?
Il risultato, a ogni modo, (la “fine” del titolo), è un disastro, una catastrofe casalinga che metaforicamente allude a una dimensione più ampia e conturbante: il tempo degli orologi salta, gli uomini si feriscono e si distruggono, la natura si ribella a chi vuole dominarla, la luce abbandona il mondo, il fuoco minaccia ogni cosa…
E tutto in una comicità stralunata, fisica e metafisica assieme, dove vive il ricordo del cinema muto e di Stanlio e Ollio, ma dove già si intravedono a volte, chissà per quale scherzo del tempo e del teatro, le figure di Vladimiro ed Estragone e del teatro dell’assurdo.
La fine dell’inizio: una farsa. Un gioco. Una clownerie teologico filosofica.
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