McEwan: racconto lo choc anni 70

Lo scrittore premiato ieri da FriulAdria anticipa il nuovo romanzo “Miele”. «Mi tuffo nel periodo turbolento che ha scosso le coscienze degli europei»

PORDENONE. «È uno sostenuto, giura chi dice di sapere. E un tipo assai riservato, usa spostamenti minimi e non si espone volentieri. Non pare proprio. Informazioni errate, sorry. Tutt’altro, diremmo, dopo un’osservazione accurata. Ian McEwan, la celebrità assoluta di Pordenonelegge 2012, è sceso dal regno di Elisabetta II per intascarsi il Tallero di Maria Teresa (e ci siamo in quanto a parità nobiliare), simbolo del premio FriulAdria La storia in un romanzo, in armoniosa sinergia con la goriziana èStoria. Subito il romanziere conia lo slogan, dopo aver ascoltato il credo benefico-culturale del direttore generale Crosara, «investire per costruire».

«Se tutte le banche fossero come questa, il mondo sarebbe migliore». Spot regale. E luccicano gli occhi anche ad Adriano Ossola, il manovratore principe di èStoria, che si coccola il mito. E già mette le mani avanti per la consacrazione 2013, sfruttando le conoscenze dell’ospite. È simpatico McEwan, che coglie il compito e dice: «Evito, quindi, quelli morti...». Molto british. Meno l’abito, un panna completo poco in tema con le tinte londinesi. Ma si va al concreto. Il nuovo libro appena uscito in Inghilterra (in Italia a novembre): Miele. Poco si sa. E lui non ci aiuta un granché. Pare sia top secret, come i documenti di James Bond. Sfugge almeno il succo: «I turbolenti anni Settanta» dice, fermandosi subito.

Evidentemente ha le mani legate pure lui. Questione di case editrici, supponiamo. Si scava nel consentito, okey. La resistenza del romanzo. «Altre forme di intrattenimento lo minacciano di continuo, eppure non è facile scalzarlo. Per un fatto: è una forma di pettegolezzo, una naturale evoluzione di umanità in contrasto fra loro. È l’unica arma per una sicura sopravvivenza».

Ci siamo tolti un pensiero. Certi di poter ancora maneggiare un volumetto per altri decenni, tanto pettegoli siamo e pettegoli resteremo. Avendo mister Ian a disposizione, e facendo uno piú uno, gli sottoponiamo la questione Kate Middleton, ovvero le ruberie selvagge di seni incoronati. Ci rendiamo conto di un domandone terra-terra, ma lui ci sta. «Non penso proprio che l’invasione nel privato sia lecita. A meno di un interesse molto pubblico. Non credo sia questo il caso. I media, spesso, scivolano in atti che reputo volgari, pur scatenando i vizi popolari». A questo punto si crea un ponte con l’Islam, occasione ghiotta per sviscerare il senso di lotte e battaglie.

«Nel rispetto di chi crede in un Dio. La violenza e la minaccia acuiscono l’odio globale e si scivola in una spirale senza fine». Il cono di luce stringe su due romanzi di McEwan - Cani neri ed Espiazione - che meglio di altri si sono ritrovati ad attraversare tortuosi percorsi storici. Cosí Alberto Garlini offre allo scrittore ottimo materiale per una secca disamina di un contemporaneo concitato. Un’analisi che ingloba la libertà («politica e religione mai devono limitare il raggio d’azione di un uomo e mai alcuno deve togliere la voce a chi ha il diritto di urlare la sua verità») e la fine dei regimi totalitari («C’è da far festa, ma ci vorranno due, tre generazioni per ricostruire una degna società civile»). Con una coda riservata a chi di scrittura si nutre.

Ovvero, suggerimenti utili: «L’evoluzione è necessaria. Altrimenti scordatevi qualunque progresso. Leggere molto, dai grandi s’impara. D’altronde, nulla s’inventa».

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