CARO GOVERNO TI SCRIVO

Caro governo ti scrivo...

Ti segnalo, così come cortesemente hai chiesto, alcuni piccoli sprechi nella pubblica amministrazione. Non sono un professore, non sono un tecnico né tantomeno un politico camuffato da tecnico. Guardo, leggo, provo a documentarmi. Dunque perdonami in anticipo qualche approssimazione e inevitabili ovvietà.

Tuttavia da bravo cittadino quale mi ritengo (scusa la presunzione), che osserva le leggi e paga le tasse, non mi sottraggo alla possibilità che mi hai offerto di contribuire alla meritoria opera della "spending review". Forse la mia, più che un’analisi e una revisione della spesa pubblica, ti apparirà come una semplice lista della spesa; ma apprezza, caro governo, la mia buona volontà. E allora incomincio. Naturalmente parto dai conti della politica. Ci costa 23 miliardi all’anno (fonte "il Sole 24 Ore").

Mezza manovra lacrime e sangue dello scorso autunno. Una somma da capogiro in cui rientrano le spese di funzionamento di Parlamento ed enti territoriali, ma anche consulenze, auto blu e rimborsi elettorali. Nel quindicennio 1994-2008 lo Stato ha versato ai partiti 2 miliardi e 254 milioni di euro sotto forma di rimborsi rispetto ai 579 milioni effettivamente spesi: un guadagno pari al 389 per cento (fonte "l’Espresso").

Acqua passata? Niente affatto. E’ di 48 ore fa la notizia che è saltata l’intesa tra i partiti per modificare la legge: se ne riparlerà dopo il voto amministrativo. Brutto segnale visto il clima che si respira nel paese.

Tornando ai 23 miliardi, senza cadere nel delirio qualunquista del "tutti a casa" e ben consapevoli che il funzionamento delle istituzioni è indispensabile per la vita civile, quanto si può risparmiare davvero? Il 10 per cento? Il 20? Prendiamo le Province, 110 di cui otto nella sola Sardegna contro le tre mandate a memoria ai tempi delle scuole elementari.

Monti si era espresso per abolirle; buona intenzione smarrita a distanza di sei mesi. E poi mi permetto di segnalare il numero dei dipendenti regionali. Certo vogliamo il federalismo, certo puntiamo alla devolution ma è difficile immaginare i 19mila stipendiati della Regione Sicilia stramazzati di fatica; e anche se fosse, sono ben compensati con retribuzioni medie di 43mila euro all’anno (fonte "Corriere della Sera"). Solito Sud sprecone? Leggo su "Repubblica" una interessante comparazione dei prezzi dei materiali indispensabili per far funzionare la sanità pubblica.

Un defibrillatore nella efficiente Bolzano costa 16.100 euro mentre nella altrettanto organizzata Trento si compra con lo sconto a 13.500 euro. Un pacemaker agli ospedali del Piemonte costa 2.168 euro mentre in Veneto solo 1.780. E questi sono salvavita indispensabili; chissà che cosa si cela nella giungla degli appalti regionali per pulizie, vigilanza, manutenzione, mense e via sprecando. Su 135 miliardi spesi in Italia per l’acquisto di beni e servizi il 69% se ne va per la sanità.

La mia personalissima lista della spesa, caro governo, potrebbe continuare a lungo. Con quegli aeroporti, per esempio, dove non atterra nessuno: a Siena nel 2010 sono stati contati 2990 passeggeri (fonte "l’Espresso"), giusto un po’ meglio di Albenga che ne ha visti transitare 2201 - sì meno di duecento al mese - ma ha il vantaggio di trovarsi vicino alla casa ligure di Scajola, l’ex ministro con vista sul Colosseo.

E nella lista ci aggiungo infine, sia pure con un po’ di soggezione, le università. Incidono per appena il 4,6 per cento sulle spese "da rivedere", ma sono ben 79 tra pubbliche e private disseminate lungo lo Stivale così che ogni campanile possa vantarsi del suo ateneo.

Penso all’Abruzzo: meno di un milione e 300mila abitanti e tre atenei con quattro sedi: L’Aquila, Chieti-Pescara e Teramo dove insegna Michel Martone, il giovane viceministro della Fornero. Certo, meno università meno cultura. E anche meno professori e tecnici da reclutare per un governo che ci deve spiegare come tagliare gli sprechi. O no?

L.Vicinanza@finegil.It

twitter: @VicinanzaL

©RIPRODUZIONE RISERVATA

Riproduzione riservata © Messaggero Veneto