«Politica inadeguata: il gene del fascismo è ancora pericoloso»

PORDENONE. Ottocento pagine, tre anni di scrittura, «lavorando tutte le mattine dalle 8.30 alle 13», per raccontare nella parabola di un giovane neofascista l’Italia delle trame nere, della strategia della tensione, ma più in generale di un paese, che proprio negli anni 70 sperimenta drammaticamente la deriva violenta delle ideologie.
È La legge dell’odio (Einaudi), nuovo, ultimo ponderoso e avvincente romanzo di Alberto Garlini, del quale l’editore francese Gallimard ha già acquistato i diritti. Un libro, come gli altri precedenti dell’autore pordenonese, che doveva avere al suo centro uno scrittore (ricordiamo Pasolini di Futbol bailando e Tondelli per Tutto il mondo ha voglia di ballare). «La mia idea – ci racconta Garlini – era quella di scrivere un libro su Chatwin e il problema del nomadismo, che mi sembrava una prospettiva interessante per declinare un certo pensiero della contemporaneità».
E invece? «È successo che studiando Chatwin, visitando i luoghi della sua scrittura, ho avuto l’idea di mettere a confronto una mentalità radicalmente nomade con un altro punto di vista, quello antropologicamente stanziale di sangue e suolo, dell’idea di razza come legame forte con una terra madre che è propria del fascismo. E mi pareva stimolante fare incontrare, per esempio in Afganistan, Chatwin con un fascista che ne mettesse in dubbio i principi. Ho cominciato a studiare il fascismo e ho scoperto un mondo e da un romanzo su Chatwin con un cammeo fascista è diventato un romanzo su un fascista con un cammeo su Chatwin».
– Non c’era il pericolo di fare di un personaggio violento e criminale, come è il protagonista, un eroe in qualche modo positivo?
«Credo che il personaggio di Stefano Guerra sia un personaggio molto inquietante, visto in tutta la sua brutalità, senza nessun tipo di sconto. Quello che ha di diverso Stefano Guerra è che matura una coscienza critica riguardo ai suoi stessi riferimenti culturali fino a metterli in discussione. Sarebbe stato molto semplice per me criticare l’ideologia fascista. Il problema era metterla in scacco dal suo interno, che è poi quello che fa Stefano Guerra, cercando alla fine nel suicidio una forma di riscatto».
– Cosa può rappresentare per noi oggi un personaggio come Guerra?
«Questo personaggio scava nelle nostre coscienze. È un personaggio che possiamo vedere come lontano, ma anche riconoscere in lui cose che sono di tutti noi, purtroppo».
– Cioè?
«Quello che mi preoccupa in generale è il fatto che la politica come ce l’hanno insegnata fino all’altro giorno sia scomparsa. Noi abbiamo sempre immaginato la politica come una forma di trasformazione alchemica della rabbia: trasformare la rabbia in un progetto politico di durata. Questo tipo di orizzonte non esiste più».
– Il disagio, la rabbia, il malessere sociale però rimangono.
«Il libro è un viaggio dentro un punto di vista radicale, dentro un gene cancerogeno e malato che è ancora presente nella nostra società e che può riattivarsi in qualsiasi momento. Anche se non è il fascismo tradizionale che mi preoccupa oggi: bensì il fatto che si cominci a pensare la violenza come una forma di soluzione, non avendo gli strumenti valoriali per trasformare la rabbia in qualche cosa di costruttivo. Io temo, per esempio, una violenza del singolo che prende il fucile e comincia a sparare».
– Stefano Guerra e il mondo che lo circonda sono di fantasia, ma incrociano fatti storici realmente accaduti, pizza Fontana e Peteano. Non pensa che questo possa disorientare il lettore?
«Io sono partito da una documentazione storica che poi ho rielaborato liberamente. In realtà prendo quei fatti storici come spunto per capire una certa dinamica. Il mio non è un libro con intenti né storici né cronachistici: volevo raccontare come quel gene è nato in quel momento storico, come si è sviluppato e come ancora oggi è pericoloso, e tutto questo l’ho contestualizzato in un universo simbolico che può essere riconoscibile a chi conosce la storia. Ancoro il mio racconto a riferimenti storici che fanno parte dell’immaginario collettivo. Si entra in risonanza simbolica con qualcosa che fa parte della coscienza nazionale. Per riconoscerne la perdurante pericolosità».
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