Coronavirus, addio a Dea: un colpo di tosse e poi il ricovero in ospedale

È morta a 89 anni dopo essere risultata positiva al coronavirus. Da giovane aveva lavorato come magliaia

TAVAGNACCO. Dentro la stanza c’era Dea che, non appena li ha visti, si è messa una mano sul cuore, come a mostrare, in un solo gesto, tutto l’amore che aveva per loro. All’esterno, impotenti davanti al virus che se la stava portando via un giorno dopo l’altro, c’erano la figlia Patrizia e il resto della famiglia. In mezzo, a tentare di smorzare quel legame, una fredda vetrata: è stato questo l’ultimo saluto che i parenti di Dea De Luca, 89 anni compiuti il 10 febbraio, di Tavagnacco, hanno vissuto, nella consapevolezza che la morte stava per prendersi l’amata mamma e nonna, venerdì pomeriggio.

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«Mercoledì, con quel poco di forza che ancora aveva, ci ha detto che era contenta di vederci, che ci portava nel cuore – racconta la figlia Patrizia, tra le lacrime –. Poi non l’abbiamo più vista: mamma era una chioccia, dolce, buona, era legata in modo puro e forte alla sua famiglia. L’unica cosa importante per lei erano i figli e i nipoti, la nostra serenità».

Il racconto di Patrizia comincia il 16 marzo ed è drammatico: il coronavirus, prima di tutti, aveva colpito proprio lei. «Io, che non mi ammalo mai, mi sentivo poco bene, il corpo era dolorante. Alcuni giorni più tardi, dopo aver notato che le mie condizioni non miglioravano, ho chiesto l’intervento del 118 tramite la mia dottoressa – ricorda la donna –. Due giorni dopo mi hanno fatto il tampone e sono risultata positiva».

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Ed è capitato anche ad alcuni familiari. «La mamma, che era malata di Parkinson, abitava al piano di sopra della bifamiliare dove viviamo ed era assistita da un paio d’anni da una collaboratrice, Sonia – aggiunge Patrizia –. Non essendo trasportabile, non le è stato fatto subito il tampone». La figlia non poteva salire e i contatti erano solo telefonici. Una telefonata, però, l’ha allarmata. «Ho sentito un colpo di tosse che non mi è piaciuto, poi sono venuti a galla tutti gli altri sintomi – afferma ancora Patrizia –. Il 118, che si è presentato a casa sua con l’ossigeno, l’ha portata quindi all’ospedale: tutti gli esami erano perfetti, ma era positiva al coronavirus».

La diagnosi di quel sabato? Polmonite con infezione virale. Inizialmente il corpo di Dea ha reagito bene, poi le sue condizioni sono andate peggiorando. «Ci sentivamo ogni giorno e ci vedevamo anche grazie alle videochiamate fatte con il tablet del reparto – riferisce la figlia –. Lei si preoccupava per noi, ci diceva di stare tranquilli, che sentiva il nostro amore e che all’ospedale tutti la coccolavano». Quando i medici, però, hanno dovuto utilizzare la morfina per placare i dolori di Dea, i familiari hanno capito che la situazione era critica.

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A sign reading "Emergency Department Closed" is put up at the entrance of the municipal hospital in Codogno, southeast of Milan, on February 22, 2020. - An Italian man became the first European to die after being infected with the coronavirus on February 21, just hours after 10 towns in the country were locked down following a flurry of new cases. (Photo by Miguel MEDINA / AFP) (Photo by MIGUEL MEDINA/AFP via Getty Images)


«Il primo aprile ci hanno concesso questo saluto a distanza – dice ancora la figlia –. All’infermiera, che in quell’occasione ha fatto da tramite tra noi e lei, ho chiesto poi di fare, nel tempo che rimaneva a mia mamma, tutto quello che io non potevo: starle accanto». E venerdì è arrivata la chiamata del medico: Dea non c’era più. «Mamma, che da giovane ha lavorato come magliaia, ha saputo farsi voler bene da tutti nella vita – conclude Patrizia – e io non posso che ringraziarla per tutto quello che ha fatto per noi». Dea aveva perso il marito Luciano nel 2014: oggi lascia i figli Patrizia con Stefano, Gianfranco e i nipoti Maja e Marco.

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