Miele, due anni neri e la produzione cola a picco

Le tipologie primaverili ed estive sono calate dell’80 per cento. Colpa di gelate e siccità. E gli insetticidi minacciano le api

UDINE. Un problema insetticidi esiste per le api, ma non c’è nessuna emergenza per il miele regionale, che resta di qualità elevata e sicuro per i consumatori. La rassicurazione arriva da Pierantonio Belletti, presidente del consorzio apicoltori di Gorizia, riconosciuto a livello nazionale come uno dei maggiori esperti del settore. Un settore il cui stato di salute non è dei migliori, messo in crisi da due stagioni di fila, soprattutto l’ultima, estremamente negative dal punto di vista climatico, tanto da abbattere dell’80% la produzione dei mieli primaverili ed estivi, come l’acacia e il millefiori.

«La gelata di aprile – spiega Belletti – è stata una mazzata tremenda anche per il miele, che poi ha pagato anche la scarsa pioggia del periodo maggio-agosto, in altre regioni anche più che in Friuli. Meglio sono andate le produzioni di eccellenza della montagna e della zona lagunare, sia per fattori legati ai tempi di fioritura che per il minore impatto di altre colture».

Già, le altre colture. Il clima non è l’unico nemico del miele. Una minaccia costante per l’apicoltura è rappresentata dall’utilizzo dei pesticidi nell’agricoltura, in particolare dei neonicotinoidi. In passato il problema sembrava circoscritto quasi esclusivamente alla convivenza tra le api e la coltivazione del mais, dove l’utilizzo massiccio di questi pesticidi è stato oggetto di interventi e limitazioni. Oggi i neonicotinoidi sono sempre più diffusi anche nei frutteti, compresi quelli di piccole dimensioni.



La correlazione tra l’impiego di questi fitofarmaci e la mortalità delle api, ormai scientificamente dimostrata, desta preoccupazione non solo per l’impatto sull’apicoltura, ma soprattutto per le ricadute ben più pesanti – in termini economici e ambientali – sul ciclo vegetale. Con conseguenze che rischiano di essere pesantissime.


«I problemi derivanti dal mais – spiega ancora Belletti – erano stati in gran parte risolti con l’adozione di nuovi protocolli in particolare nella fase della semina. Un passo avanti importante, soprattutto in una regione come la nostra, dove la superficie coltivata a mais è di 120-130 mila ettari, tanti rispetto a quella complessiva».



L’utilizzo massiccio di pesticidi nocivi alle api anche nei frutteti pone però nuovi problemi. «Vero – risponde Belletti – ma non scateniamo inutili allarmismi: quando si parla di miele “contaminato” dai pesticidi non è certo al miele italiano che bisogna guardare, e tantomeno a quello prodotto in questa regione, che tra l’altro può contare su strutture di eccellenza per i controlli come il laboratorio Leochimica di Pordenone. Il problema riguarda invece molti mieli d’importazione, soprattutto se provenienti da paesi dove la filiera non è controllata, mancano protocolli per regolamentare l’uso di neonicotinoidi e magari è consentito l’utilizzo di Ogm».


Se il miele è sicuro, le api sono un patrimonio prezioso che va difeso da vecchi e nuovi rischi, compresi quelli legati all’arrivo della sciagurata cimice asiatica. «La nostra, quella verde, attacca solo la soia – spiega Belletti – mentre questa sta danneggiando in modo pesante ogni coltura, frutteti compresi. È indispensabile quindi aprire un tavolo per mettere in piedi una strategia concertata di lotta, per evitare nuovi fenomeni di avvelenamento di massa delle api, come quelli che si sono verificati prima dell’adozione dei protocolli sul mais».


E una strage di api come effetto collaterale dell’invasione di cimici sarebbe un danno tremendo, perché la moria degli insetti impollinatori non allevati (come vespe, calabroni o bombi) sta rendendo sempre più fondamentale il ruolo dell’impollinazione entomofila, quella delle api, appunto. «Sta essenzialmente in questo – spiega Belletti – l’importanza del ruolo dell’apicoltura, ruolo che non sempre viene adeguatamente riconosciuto, anche se tutti i Paesi avanzati e tutte le Regioni italiane iniziano a sostenerla sotto forma di incentivi o supportando le strutture di servizio. Se la nostra Regione ci sostiene? Devo riconoscere che soprattutto con l’assessore Shaurli l’attenzione verso il nostro settore è molto aumentata. Credo però che si possa fare di più, soprattutto per potenziare il sostegno finanziario previsto dalla legge 6/2010, che attualmente pesa sul bilancio regionale solo per 75 mila euro: uno sforzo che andrebbe quantomeno triplicato».

 

Un piccolo esercito con 150 aziende e 1.400 produttori

 
Millequattrocento produttori, in larga maggioranza dilettanti o doppiolavoristi, ma anche un numero crescente di aziende strutturate: oggi quasi 150, un quarto delle quali fanno dell’apicoltura la propria attività principale. Questi i numeri del miele made in Fvg, una piccola nicchia per l’agricoltura regionale, ma importante sia per qualità della produzione sia per le ricadute positive sull’intero comparto agricolo, visto che il ciclo vegetale del 38% delle colture agricole – secondo le conclusioni di un recente studio tedesco – è legato all’attività di impollinazione delle api. Qualcuno ha anche provato a misurare in termini monetari questo valore aggiunto, con quantificazioni attendibili che stimano tra i mille e i 1.500 euro il contributo economico reale di un alveare. Molto più scarsa, nonostante i bassi investimenti iniziali e gli incentivi pubblici di diversa natura tesi a sostenere e sviluppare l’apicoltura, la capacità di generare reddito.
 
Sebbene la domanda sia in continuo aumento (+20 per cento negli ultimi cinque anni) e i cali nell’offerta abbiamo fatto lievitare i prezzi al dettaglio anche oltre i 10 euro al chilo per le produzioni più richieste e apprezzate come il miele d’acacia, una capacità produttiva che nelle stagioni buone non supera i 25-30 chili per alveare limita ovviamente le potenzialità di fatturato, anche per produttori strutturati come imprese. Ecco perché il miele si sta imponendo soprattutto come attività collaterale ed ecco perché quelle 30-40 aziende che in regione sono riuscite a farne il proprio core-business lo devono alla capacità di diversificare l’offerta. Un’offerta sempre più ampia e variegata sia in termini di prodotto (non solo miele, ma anche polline congelato, propoli, pappa reale, sempre più apprezzati come integratori) che di abbinamenti, spaziando da novità come l’apiterapia a proposte più consolidate come gli abbinamenti del miele con altre eccellenze gastronomiche, su tutte i formaggi di qualità.
 


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