Azienda cerca 60 operai, ma rispondono soltanto i figli di immigrati

PORDENONE. C’è un’altra faccia della disoccupazione giovanile ed è quella dovuta a una cultura talvolta distorta del lavoro, che fa rifuggire i giovani e più in generale le famiglie, da impieghi che impongano per esempio un orario a turno o il lavoro nei giorni festivi.
«C’è una grossa azienda del mobile, strutturata e solida nel mercato – ha esemplificato ieri in conferenza stampa il presidente di Unindustria, Michelangelo Agrusti – che cerca 60 operai. Ebbene, fa fatica a trovarli tra i giovani diplomati, solo qualche giovane figlio dei “nuovi italiani” è disposto ad andare a lavorare. Gli altri no».
Ecco perché quando si parla di disoccupazione giovanile «vanno tenuti in considerazione anche questi numeri e un modello sociale che va ripensato. I genitori lavorano a turno, ma i figli non sono disponibili a fare altrettanto. E in questo caso non parliamo di voucher – ha sottolineato Agrusti –, parliamo di lavoro vero, con contratti seri. Il nostro obiettivo, come categorie economiche, non è certo quello di precarizzare il lavoro, ma semmai di creare condizioni perché si generi occupazione stabile».
Ma qual è il contesto in cui ci si muove? Il tasso di occupazione giovanile in Italia è tra i più bassi d’Europa e la disoccupazione giovanile, come ricorda anche l’Istat, ha due cifre. Il Friuli Venezia Giulia non fa eccezione: anche in regione (stando agli ultimi dati consolidati, quelli del 2015) un giovane su 5 non ha lavoro.
Se questo è il contesto generale e locale, l’idea di Unindustria, ma non solo delle rappresentanze di questo settore economico, è quella di superare la disoccupazione indotta dal fatto che il lavoro nelle fabbriche non venga più considerato di qualità.
Di esempi come quello dell’azienda del mobile ce ne sono parecchi. «Fincantieri e Cimolai – prosegue ancora il numero uno di Unindustria – non trovano saldatori. Le nostre scuole non ne formano più e le imprese sono costrette a importarli dall’estero.
E i saldatori mica vengono impiegati coi voucher». Partendo da qui la settimana prossima l’associazione degli industriali di Pordenone incontrerà i dirigenti scolastici delle scuole professionali e tecniche del territorio «perché c’è la necessità di allineare il fabbisogno delle aziende con la formazione prodotta nelle scuole del territorio».
Non è un caso se sempre più scuole tecniche lavorino in partnership con le aziende del territorio e che anche il sistema universitario di Pordenone si stia conformando al tessuto manifatturiero locale: dal nuovo di corso in Banca e finanza che partirà a settembre, all’Istituto europeo di design di Roma. Il tema però non riguarda solo la scuola.
C’è un modello sociale da ricostruire che chiama in causa le famiglie e più in generale la cultura del lavoro. Una cultura del lavoro che deve ripartire dai giovani. A tal proposito, sempre il presidente di Unindustria, ha anticipato che l’associazione si prepara a presentare uno studio pilota «realizzato in collaborazione con Confindustria di Treviso – ha svelato Agrusti –. Proprio perché non vogliamo la precarizzazione del lavoro, ma guardiamo a forme di stabilità soprattutto per i ragazzi, abbiamo elaborato una proposta che, a normativa vigente, consentirà di generare l’occupazione di tanti giovani».
Lo studio sarà proposto «alle altre categorie economiche per vedere se ci sia la disponibilità a lavorare in questa direzione e naturalmente alla Regione che dovrà essere partner. L’idea di fondo – si limita a dire il presidente di Unindustria – è quella che vadano creati meccanismi solidali tra chi lavora e chi invece non ha un impiego.
Non si tratta di fare miracoli, ma di produrre fatti muovendosi nel quadro di leggi che già ci sono». Il documento sarà presentato a breve a Pordenone, ma l’ambizione di Unindustria è che si tratti di uno studio pilota esportabile quanto meno su scala regionale.
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