Il maxi-sequestro? Solo con prove certe

UDINE. Parola d’ordine: prudenza. È quella adoperata dal gip del tribunale di Udine, Daniele Faleschini Barnaba, nell’ordinanza con cui, lo scorso 11 maggio, ha respinto la richiesta di sequestro preventivo per oltre 60 milioni di euro presentata dalla Procura friulana, già nell’inverno del 2014, per bloccare denaro, titoli e beni della “Danieli & C. Officine Meccaniche spa” di Buttrio e, in subordine, di Giampietro Benedetti e degli altri sei manager accusati in concorso con lui di una maxi frode fiscale da 281 milioni di euro e della relativa evasione delle imposte per complessivi 80 milioni di euro.
Nel giorno in cui il processo a loro carico si è aperto – e immediatamente anche chiuso, con rinvio all’udienza del prossimo 18 gennaio – davanti al giudice dibattimentale di Udine, a fare notizia sono soprattutto le motivazioni con le quali il gip “cassò” l’istanza di sequestro. Motivazioni che il “Messaggero Veneto” è riuscito a tirare fuori dai cassetti.
Le accuse ai vertici del gruppo
La vicenda è quella svelata lo scorso febbraio, dopo oltre due anni di indagini, con la richiesta di rinvio a giudizio formulata dal procuratore aggiunto, Raffaele Tito, per Benedetti e il suo entourage di fidati collaboratori.
Tre le fattispecie di reato contestate nel capo d’imputazione: la dichiarazione fraudolenta «mediante un giro vorticoso, ma fittizio di operazioni finanziarie intragruppo», tra il 2005 e il 2008, per un ammontare di 12.891.551 euro di costi fittizi e 3.899.885 euro di imposta Ires evasa; l’omessa dichiarazione dei redditi per tre società esterovestite, cioè con sede formale nel “paradiso fiscale” di Lussemburgo, ma di fatto gestite dal quartier generale di Buttrio, per un giro d’affari calcolato in 225 milioni di euro e per un totale di circa 73 milioni di imposte evase, dal 2005 al 2013; la dichiarazione fraudolenta «con uso di fatture per operazioni inesistenti» in relazione a presunti fondi occulti e operazioni sospette con una società degli Emirati Arabi Uniti, tra il 2006 e il 2010.
Materia complessa e datata
L’istanza di sequestro era stata presentata dal pm, sulla base delle risultanze del lavoro certosino condotto dal Nucleo di Polizia tributaria della Guardia di finanza di Udine sulla montagna di documenti e file sequestrati in Danieli nelle perquisizioni effettuate in indagine preliminare.
Nell’esaminarla, il gip aveva immediatamente rilevato «la particolare complessità della materia, la presenza di elementi in fatto e in diritto che possono prestarsi a diverse interpretazioni, la risalenza nel tempo di una parte dei fatti e il cospicuo ammontare dei beni di cui si richiede il sequestro», evidenziando quindi «la particolare prudenza imposta nella valutazione dei presupposti della misura cautelare».
A cominciare proprio dall’accertamento dei fatti, indicato come «imprescindibile» e «da compiersi in sede di giudizio» - ossia a processo -, l’unica in grado di risolvere le questioni in contestazione.
Il giudice, in altre parole, non ha ritenuto sufficiente «limitarsi al mero fumus commissi delicti», e cioè al sospetto sollevato dall’accusa, e ha indicato come «quantomai necessaria» un’attendibile ricostruzione del contenuto e delle finalità delle operazioni finanziarie, anche alla luce delle deduzioni difensive depositate dall’avvocato Maurizio Miculan.
Dubbi sull’esterovestizione
Altrettanto dicasi sia per «l’ineludibile accertamento del consapevole concorso» di ognuno degli imputati alla realizzazione delle condotte di cui sono accusati, sia per il non meno indispensabile approfondimento «sulla sussistenza dell’obbligo delle società presuntamente esterovestite di presentare la dichiarazione dei redditi in Italia».
Ulteriore motivo di «incertezza» è derivato dai tanti anni ormai trascorsi dai fatti in contestazione e dalla conseguente impossibilità di formulare «una prognosi attendibile» di quali reati troveranno conferma.
Quanto alle fatture emesse dalla ditta di Abu Dhabi, pur condividendo i dubbi del pm sulla «fittizietà della causale di una parte delle prestazioni», il gip ha escluso l’esistenza, al momento, di «elementi sicuri e univoci» rispetto alla sussistenza del reato.
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