Arduini: "Mi nascondevano gli atti, così lasciai Mediocredito"

Parla l' ex assessore alle Finanze, nominato da Renzo Tondo nel cda. «Quando mi dimisi, scrissi al governatore del Pdl, ma nemmeno mi rispose»

UDINE. Glielo chiese Renzo Tondo. Erano trascorsi pochi giorni dalla sua vittoria su Illy che lo avevano proiettato al vertice della Regione. Fu cosi che Pietro Arduini, in virtù della loro amicizia e della sua esperienza maturata come assessore regionale alle Finanze entrò nel cda di Mediocredito. Ma ci restò davvero poco. Se ne andò garbatamente, dopo avere scritto una lunga lettera allo stesso Tondo che si può riassumere in cinque parole: qui non si può lavorare. Ma l’allora presidente del Fvg non gli rispose.

La richiesta e l’addio

«Le riunioni del cda- racconta Arduini - erano cerimonie inutili. Tutte uguali a se stesse. Non c’era nulla da discutere perché non vi veniva fornita la documentazione relativa alle delibere che andavamo ad approvare. Feci richiesta di potere venire in possesso delle carte necessarie al dibattito sui vari argomenti all’allora rappresentante di Friuladria. Questi mi replicò che erano secretate. Segreto bancario, sentenziò. Ci pensai qualche giorno, poi decisi di andarmene perché la mia presenza nel cda era del tutto virtuale, inutile, spogliata dal ruolo di controllo e di proposta».

Il pretesto del no sugli atti

Insomma, l’ex esponente della Lega capì che quel rifiuto era semplicemente un pretesto per non accedere di volta in volta agli atti. «A quel punto - insiste - era difficile farsi un’idea su quanto accadeva in Mediocredito perché tutto restava per così dire invisibile. Oggi leggo quanto sta accadendo e davvero capisco che le cose non sono andate bene. Ma, ripeto, io non ho potuto fare nulla se non dimettermi».

Gestione verticistica

Arduini sostiene che la gestione del periodo nel cda era «verticistica. Paniccia, se non ricordo male, era appena subentrato a Pressacco. Ma una volta dimessomi, non mi sono più interessato. Oggi leggo che secondo l’attuale presidente nel 2016 si arriverà al pareggio. Ciò significa che anche nell’anno in corso si verificheranno altre perdite. Ma, ripeto, sono ipotesi che formulo sulla base delle dichiarazioni della presidente Cristiana Compagno».

L’indagine interna

L’ex assessore sostiene che Mediocredtio sta effettuando un’indagine interna per individuare eventuali responsabilità che hanno portato al dissesto finanziario. «Sarebbe il caso - precisa - che la verifica fosse affidata agli esterni. Diversamente non avrebbe alcun senso». Ma altre fonti parlano invece di un’indagine già in corso alla quale, però, starebbe partecipando anche la Banca d’Italia in collaborazione con Mediocredito.

Trattative con l’Iccrea

E accanto all’indagine interna, spunta anche la trattativa che Mediocredito «sta conducendo con l’Iccrea per conto delle banche di credito cooperativo». Secondo Arduini queste potrebbero subentrare nell’azionariato della Fondazione Cassa di risparmio di Trieste. «Se così sarà - conclude Arduini - sarebbe opportuno che Mediocredito effettuasse un aumento di capitale dedicato ai subentranti».

Il capogruppo di Fi

E sulla querelle-Mediocredito interviene anche il capogruppo di Fi in Regione, Riccardo Riccardi. E ricorda che la presidente Compagno «giustamente si preoccupa di dover percorrere una strada in salita, garantendo le richieste di chi invoca azioni verso eventuali responsabilità gestionali passate, o meglio, come ha detto l’assessore Peroni, “antiche”». Riccardi contesta la presidente di Mediocredito «quando afferma che la banca non può essere terreno di scontro politico. Spiace essere ripreso pubblicamente da chi dovrebbe occuparsi della gestione, consentendo anche ad altri le discussioni sul destino futuro della banca».

La politica batta un colpo

Secondo Riccardi, il dibattito della politica non può sottrarsi a dare alcune risposte, perché «tacendo, continuerebbe a sbagliare. Per questo mi chiedo: è giusto che il pubblico si occupi ancora di economia e finanza continuando a possedere strumenti societari così importanti? Io penso, in questa situazione di profonda crisi, di si. Ma questi strumenti, proprio per la loro natura pubblica, hanno un approccio e delle regole giuste nel sostegno all’impresa»?

Battere la tecnocrazia

Insomma, è più facile, in termini di costi, per un imprenditore far sostenere un proprio progetto da una banca privata, o da Mediocredito? E’ ancora attuale la coesistenza nell’assetto societario di una società finanziaria prevalentemente pubblica del capitale pubblico insieme a quello privato? Sono alcune delle domande che Riccardi pone alla Compagno. «Se non si riuscirà a ripristinare un po’ d’ordine - chiosa - non ritorneremo mai a un paese normale dove l’interesse generale non può essere garantito dalla tecnocrazia, ma dalla politica».

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