Ex della Bernardi accusano: "Ci sentiamo abbandonate"

CASSACCO. Il crollo della Bernardi ha trascinato con sé anche tanti dipendenti. Molte le donne, tutte con una storia dietro e molte di un’età in cui è difficile, se non impossibile, trovare una ricollocazione. Alcune di loro hanno scelto di raccontarsi con dignità, grande amarezza, se non rabbia, per come sono state trattate in questi ultimi tempi da chi lo Stato aveva destinato a seguire la situazione.
«L’amministratore straordinario invece di aiutarci – affermano - ha continuato a ingannarci», lamentando poi di non essere state ricevute, né loro né i sindacati. Mantengono, però, un approccio positivo verso l’azienda per cui hanno lavorato come minimo un decennio, gratitudine per la qualità del lavoro e ricordo ricco di stima verso Riccardo Di Tommaso, fondatore e proprietario del gruppo Bernardi, scomparso prematuramente cinque anni fa, che aveva un rapporto di grande cordialità con le dipendenti. «Riccardo sapeva chi eravamo, c’era sempre stato il dialogo».
Ecco allora le testimonianze di Giulia 44 anni e di Manuela, 53, entrambe per un decennio dipendenti del negozio di Cassacco e poi di Marisa che vi ha lavorato ben 32 anni, tutte e tre andate in «mobilità obbligata». Ma si uniscono anche Federica in azienda per 24 e storia di mobilità è pure quella di Nicoletta. Donne che si raccontano e anche si interrogano, soprattutto su dove sono le istituzioni.
Fanno anche un nome, quello della presidente della Regione. Insomma, accusano Debora Serracchiani di occuparsi poco del Friuli, dove situazioni simili a quelle che stanno vivendo gli ex dipendenti Bernardi si contano numerose: «La governatrice – afferma una di loro - non vede tutto quello che succede o vede solo Trieste? La Serracchiani è più a Roma che qui. Cosa sta aspettando?».
Queste donne raccontano poi di un “muro di gomma” per quel che riguarda l’informazione ricevuta sulla chiusura, saputa «due giorni prima – ricordano - perché il direttore del centro commerciale ci ha detto “come, non fate il trasloco?”. Saremmo arrivate sul posto di lavoro e avremmo trovato le serrande chiuse. Come è successo da “Go Chids” che hanno fatto chiudere all’improvviso mandando fuori i clienti. Come dipendenti abbiamo sempre fatto di tutto per venire incontro alla proprietà. Ma cosa è servito il sacrificio? Niente da dire sull’azienda, tranne che per questo ultimo periodo».
Giulia spiega che deve ancora ricevere «la cassa integrazione da agosto in poi, e sono a casa dal 10 novembre. Tutte devono avere il Tfr che è stato versato fino al 2012. Il 26 marzo sono arrivati e, non a tutte, due mesi di mobilità». E, in quanto a cifre, parlano di tagli: «Ci danno 30 euro al giorno invece di 56, a un extracomunitario ne danno di più». Situazione che penalizza diverse lavoratrici: otto delle 15 dipendenti sono andate in mobilità, le altre, più giovani, in cassa integrazione.
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