Sciopero e corteo In piazza piú agenti che manifestanti

Adesione al 17% per lo sciopero della scuola, secondo il Cub. Ma pochi, ieri in città, sono scesi in piazza per manifestare il dissenso rispetto alle politiche del governo Renzi: poco più di una cinquantina di studenti e qualche insegnante hanno fatto capolino dietro allo striscione che da piazzale Cavedalis prima e piazza Primo maggio poi, si è diretto verso piazza Venerio.
Lì la sproporzione delle forze in campo si è fatta palese: gli agenti (digos, polizia, carabinieri, guardia di finanza e vigili urbani) erano più dei manifestanti. A sollevare il problema – e non è a prima volta – sono stati anche i giovani del Movimento studentesco. «Mi è appena arrivato un messaggino in cui mi si chiede perché stiamo scioperando», spiega un ragazzo dal microfono, non senza disappunto. «Scendiamo nelle strade come studenti, ma anche come cittadini e come persone perché è questo quello che siamo e sono i diritti di tutti che vengono continuamente attaccati e negati – spiega Andrea Di Lenardo del Movimento studentesco –. Il 14 novembre è una data che ci coinvolge e appartiene come cittadini europei, cittadini di un’Europa schiacciata che vuole dire basta all’austerity e alle direttive finanziarie della Bce. Studenti e lavoratori sono uniti in questo attacco di Stato alla dignità: con la riforma Giannini distruggono il nostro presente, con il Jobs Act il nostro futuro. Per di più durante la manifestazione volevano proibirci l’uso del furgoncino che ci ha sempre accompagnato e il percorso è stato modificato all’ultimo istante».
È il segretario provinciale del Cub scuola, Mauro De Agostini, a puntare il dito dritto contro la politica del lavoro del governo: «A dispetto delle promesse, le misure assunte vanno tutte nella direzione di una maggiore precarizzazione del lavoro: con contratti precari che ormai possono essere prorogati senza motivazioni fino a tre anni, stando al decreto Poletti, e un Jobs act che non sfoltisce affatto la giungla di contratti atipici esistenti, ma con il pretesto del contratto a garanzie crescenti elimina buona parte delle tutele ancora esistenti per i dipendenti assunti a tempo indeterminato». E per la scuola le cose non vanno meglio: «Anziché “cambiare verso” si prosegue nella linea ormai ventennale dei tagli – sostiene De Agostini –: un’autonomia scolastica che è solo autonomia di chiedere alle famiglie attraverso i contributi volontari, quei fondi indispensabili che lo Stato non eroga più. Il resto è solo fumo e giochi di prestigio: l’assunzione dei precari storici è imposta dalla Unione europea per le costanti inadempienze del governo italiano. E la qualità dell’istruzione pubblica è in caduta libera per assenza di risorse».
Se nella scuola quasi un insegnante su cinque ha sposato la causa dello sciopero sociale, il trasporto pubblico non si è praticamente accorto dell’astensione dal lavoro. La Saf ha fatto sapere che tutti i dipendenti si sono presentati regolarmente per timbrare il cartellino. Alla manifestazione di ieri i ragazzi hanno protestato anche contro l’ormai cronica carenza di spazi sociali in città. «Vorremmo un luogo dove fare arte in libertà – spiega Vittorio Maria Serra, insieme con Manuel Scappinello –. Musica, mostre e concerti senza biglietti oppure obblighi di consumazione. Saremmo i primi a garantire per quegli spazi: niente alcol o droga, soltanto arte». Per farlo i ragazzi si stanno riunendo in associazione e puntano a una raccolta di firme per tentare di risolvere la questione.
Michela Zanutto
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