Frode fiscale, vip a processo: ora è tutto prescritto

UDINE. Reati “scaduti” e processo chiuso, con sentenza di «non doversi procedere» per intervenuta prescrizione del reato per tutti gli imputati. A prescindere dalla sussistenza o meno della frode fiscale da 5 milioni di euro di cui erano stati accusati, quindi. A mettere la parola fine all’“odissea” giudiziaria di undici vip dell’imprenditoria e della libera professione friulana è stato il giudice monocratico Roberto Pecile. Costretto, per la quarta e ultima udienza del processo “bis” che si era aperto esattamente un anno fa davanti al tribunale di Udine, a mandare in archivio anche le ultime fattispecie di reato (le più recenti in ordine di tempo) e i rispettivi imputati.
Scoppiato nell’aprile del 2011, il caso aveva fatto clamore. Nella rete dei pm Raffaele Tito e Lucia Terzariol erano infatti finiti autentici pezzi da novanta. In testa, l’allora presidente della Confindustria del Fvg, Alessandro Calligaris, insieme al direttore amministrativo della sua azienda, la “Calligaris spa” di Manzano, Pietro Paolo Santini.
Identiche contestazioni, seppure per fatti totalmente slegati tra loro, erano state mosse agli imprenditori Antonio Maria Bardelli, presidente della “Finanziaria Bardelli spa” di Martignacco (il Città Fiera), Carletto Tonutti, della “Tonutti spa - Industria macchine agricole” di Remanzacco, Elio Beltrame, della “Centro commerciale Discount srl” di Pozzuolo, Lucio Fusari, della “Gvf Givieffe spa” di Milano, e i fratelli Andrea e Daniele Specogna, della “Specogna & Figli spa” di Cividale. Nella stessa barca, i commercialisti Gianattilio Usoni e Claudio Gottardo e il rappresentante legale della società di consulenza milanese Scf, Stefano Botti.
Al centro del procedimento, l’evasione delle imposte attraverso il ricorso a due tipologie di operazioni: a Calligaris, Bardelli, Beltrame e ai due Specogna si contestavano falsi contratti di “stock lending”, mentre a Tonutti e Fusaro erano attribuiti falsi contratti di finanziamento triennale con clausola di “reverse convertible”. Obiettivo comune, in tesi accusatoria, l’indicazione nel modello unico (dal 2004 al 2006) di elementi passivi a essi connessi, al solo fine di trarne vantaggi sul piano fiscale. Sommate tra loro, le operazioni avrebbero permesso di sottrarre al Fisco quasi 5 milioni di euro.
Giocata fin dall’inizio nella consapevolezza di dover rincorrere episodi datati nel tempo, la partita aveva subìto una brusca frenata poco dopo l’approdo in tribunale. Il primo stop era arrivato nell’ottobre del 2012, quando il giudice monocratico Mauro Qualizza aveva dichiarato la nullità del decreto di rinvio a giudizio con il quale, nel maggio precedente, il gup Paolo Alessio Vernì aveva mandato gli imputati a processo, riqualificando l’accusa di dichiarazione fraudolenta in quella di dichiarazione infedele. Atti di nuovo dal gup, quindi, per correggere il tiro.
Nell’ottobre del 2013, la seconda battuta d’arresto: di nuovo di Qualizza e di nuovo per stoppare il dibattimento e rispedire la pratica ad altro gup, affinchè fissasse quell’udienza preliminare che il collega aveva invece ritenuto di poter bypassare, grazie alla sola correzione del testo. Quanto basta, va da sè, per ritardare di un paio d’anni l’avvio dell’istruttoria e lasciare alla prescrizione libertà di cavalcare.
Esultano i difensori, che alla fine anticipata del processo hanno contribuito a suon di eccezioni. Il collegio era composto dagli avvocati Maurizio Miculan (per metà degli imputati), Giuseppe Campeis, Giovanni Paolo Businello, Luca Ponti, Piermaria Corso e Angela Monti.
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