Professori e studenti contro i test Invalsi

Sfiorano il 20 per cento le adesioni allo sciopero negli istituti di Udine. I sindacati: inutili e dispendiosi. Anche alcuni alunni boicottano le risposte

UDINE. Sfiorano il 20% le adesioni allo sciopero contro le prove Invalsi (Istituto nazionale per la valutazione del sistema educativo di istruzione e di formazione). E per la prima volta accanto agli insegnanti si schierano anche alcuni studenti: molti ieri si sono rifiutati di compilare il test chiamato a scattare la fotografia della scuola italiana. Perché quelle domande a risposta multipla non sono mai piaciute al mondo della scuola che ha sempre boicottato l’idea di sposare il concetto di una preparazione finalizzata al test.

Nella terza giornata di mobilitazione indetta ieri dai sindacati, in provincia di Udine le adesioni sono arrivate al 18% alle scuole secondarie di secondo grado e al 15% alla primaria. Ma la novità arriva dagli studenti più grandi che per la prima volta hanno deciso di boicottare il test (vedi foto), rispondendo in modo ironico, disegnando la propria insofferenza o più semplicemente non aprendo il fascicolo.

«L’inaffidabilità delle prove Invalsi è stata certificata a più riprese dallo stesso ministero dell’Istruzione – sottolinea Mauro De Agostini del coordinamento provinciale Cub scuola –: già nel 2008 una commissione di esperti nominata dall’allora ministro Mariastella Gelmini aveva sottolineato la necessità di istituire un corpo di somministratori esterni alle scuole, dato sicuramente dispendioso ma strettamente necessario perché la valutazione sia attendibile. Nulla di tutto questo è stato fatto».

Intanto, però, pare che queste prove siano costate complessivamente 14 milioni. La rabbia dei sindacati non si ferma al 2014, ma viaggia a ritroso nel tempo. «Nel 2013 l’Invalsi ha annullato un numero enorme di prove considerate copiate sulla base di un cervellotico indice di “cheating”, ovvero la propensione alla copiatura – spiega De Agostini –. Una cancellazione ottenuta attraverso inutili, costosi e contestabili studi statistici.

Sono poi significative le dichiarazioni rilasciate la settimana scorsa dalla neo presidente Invalsi Anna Maria Ajello che ha detto di aver provato a leggere le domande del test di seconda elementare, ma in alcuni casi le ha dovute leggere due volte prima di capire la domanda. Non è ammissibile, non si possono effettuare le prove sulla base di tranelli o furbizie». Insomma, «i test Invalsi sono uno strumento di corruzione della scuola pubblica – continua il Cub scuola Udine –. La forma di verifica che sta alla base, il test a risposta chiusa, si afferma sempre più come strumento principe della valutazione mentre la tempistica di quelle prove si va lentamente sovrapponendo alla programmazione delle singole scuole.

L’esito è drammatico poiché nelle classi si pratica sempre più il “teaching to the test”, cioè un insegnamento di carattere addestrativo che finisce col porre in secondo piano lo sviluppo della capacità di riflettere, orientarsi, affrontare problemi anche complessi mentre la programmazione didattica viene piegata ai tempi della “somministrazione” delle prove».

Non è migliore l’opinione dell’Flc Cgil: «Gli insegnanti si sentono defraudati di una loro prerogativa essenziale all’instaurarsi di una buona relazione educativa nell’ambito dei processi di insegnamento e apprendimento: la valutazione degli alunni – sottolinea ancora il sindacato –. E anche fra i genitori c’è disagio perché non è mai stata chiarita bene la finalità di queste rilevazioni, visto che spesso le prove rappresentano una sorta di spauracchio cui adeguarsi».

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