Un cippo sul campo della morte

È stato collocato con una targa a Gris di Bicinicco, dove furono deportati migliaia di sloveni e croati
Bicinicco 01 novembre 2013 campo concentramento Telefoto Copyright Petrussi TURCO
Bicinicco 01 novembre 2013 campo concentramento Telefoto Copyright Petrussi TURCO

BICINICCO. Si è emozionato, ieri, Tito Mance di Rijeka, quando ha rivisto i luoghi in cui fu tenuto prigioniero, assieme alla madre. Aveva soltanto dieci anni. Ricorda tutto: le baracche e anche chi si privava dell’unica minestra per farlo sopravvivere. Era il 1942, campo di concentramento di Gonars, campo A, in territorio di Gris di Bicinicco. Fino a ieri, sul posto, nessun segno ricordava quel terribile luogo, come invece accade, sulla strada Napoleonica, a qualche centinaio di metri, per il campo di Gonars, articolato in campo A e campo B. Da ieri invece, per iniziativa del Comitato per la vita del Friuli rurale, un cippo e una targa ricordano le “migliaia di uomini, donne e bambini sloveni e croati strappati alla loro terra dall’invasore fascista e quivi deportati in condizioni disumane; centinaia i morti di stenti, precipitati nell’oblio”. Dopo la cerimonia in cimitero, all’Ossario delle vittime del campo, a ricordare questo luogo e la sua storia è stata la storica Alessandra Kersevan. Il campo fu realizzato nell’autunno 1941 per accogliere i prigionieri di guerra russi. Poi diventò il luogo dove furono internati i civili provenienti dall’allora Jugoslavia. Campo A e B, nella primavera 1942, imprigionarono dapprima uomini, poi soprattutto vecchi, donne e bambini fino a che nell’estate 1942, i due recinti, costruiti per 2800 persone, ne stiparono oltre 6000. La fame, il freddo, gli stenti causarono la morte di centinaia di persone, specialmente nell’inverno. La notte di Capodanno tra il ‘42 e il ‘43 furono in 18 a perdere la vita. Fino all’8 settembre qui morirono circa 500 persone. «Il caso del campo di concentramento di Gris – ha dichiarato il presidente del Comitato, Aldevis Tibaldi - è la più eclatante dimostrazione che siamo alla deriva. La memoria dei fatti, che hanno macchiato la dignità del nostro popolo e l’eroica guerra di Liberazione sono state messe all’angolo. E’ importante ricordare. Qui invece si è scelto perfino di togliere la terra sotto quello che fu il campo di concentramento. Si è realizzata una cava, eliminando la memoria, cancellando i luoghi. E l’attuale amministrazione regionale ha autorizzato altri cinque anni di attività estrattiva». Tibaldi ha rivendicato il ruolo della memoria, quella che evita che le guerre si ripetano, «non quella – ha aggiunto - che celebra l’inizio della prima guerra mondiale, solo per fare soldi e vendere quattro salsicce». Diversi gli interventi ieri, sia di carattere storico, che socio-politico. Un plauso al Comitato per aver voluto ricordare questo luogo anche da parte del presidente dell’Aned, De Lucia e del presidente provinciale dell’Anpi, Spanghero, il quale posto l’accento sul valore della resistenza, di quella in armi e di quella civile, sulle piccole e grandi storie di cui ogni comunità del Friuli è custode.

Monica Del Mondo

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