«Vado più forte in bici che sulla mia Vespa del '63»: il racconto d'oro di Jonathan Milan

Il campione del mondo si racconta a cuore aperto dopo la vittoria iridata: il ricordo dei parenti a Buja, l'amicizia con Ganna e le vacanze

Antonio Simeoli

Sta per andare in hotel sotto la doccia felice, la maglia iridata è appoggiata poco distante come la medaglia d’oro. Un paio d’ore ora prima sul podio ha versato qualche lacrima all’Inno di Mameli davanti ai compagni di squadra e allo staff azzurro.

Ciclismo su pista, Milan senza limiti: è campione del mondo nell’Inseguimento
Foto Petrussi/Bettini

Jonathan raccontaci questa grande giornata.

«Tornare in pista era un obiettivo stagionale, alla fine questi sono stati ottimi giorni anche in chiave Olimpiadi 2028. Il record è stato una conseguenza: volevo tornare in pista e battere il mio tempo».

In pista ci si rende conto di stare per battere un record?

«Ho spinto un rapporto 69x15, che ho usato anche in finale (mostruoso ndr) quando ho visto che il ct Dino Salvoldi sul tablet ad ogni passaggio mi diceva che correvo ogni giro in 14”5 ho capito che stavo andando forte. Nelle qualificazioni bisogna andare a tutta, solo quando ho tagliato il traguardo e ho alzato la testa verso il tabellone, però, ho capito».

Alla fine della finale dominata ha trovato Ganna: cosa significa quell’abbraccio?

«È stato bello mi sono fiondato verso di lui, quell’abbraccio significa anni di amicizia, di sofferenze, di gioie. Sono contento che nella prossima stagione correremo insieme nella Lidl Trek e così potremo aprire un nuovo capitolo delle nostre carriere».

Correrete tanto insieme?

«Intanto partiremo con le Classiche».

Nell’albo d’oro della specialità c’è il tuo nome insieme a quello di gente come Coppi e Merckx. Sensazioni?

«Ne sono orgoglioso. E tra questi voglio ricordare anche Ganna, ha vinto tutto, ho iniziato in pista ispirandomi a lui, come a Elia Viviani, a Davide Plebani, corridori che mi hanno aiutato a raggiungere questi livelli».

Sbagliamo o con la sua Vespa d’epoca va più piano che con la bici da pista?

«(Risata ndr) Non sbagli. Ho una Vnb del 1963, al massimo con quella posso raggiungere i 45 km/h. Sì decisamente vado più forte in bici».

I danesi, che giovedì vi hanno dato 5” nella finale del quartetto, si possono battere a Los Angeles?

«Certo. Sono fortissimi, affiatatissimi, anche nell’Individuale hanno dimostrato di avere grandi talenti, ma noi innanzi tutto non dobbiamo demoralizzarci, dobbiamo crederci. Sappiamo che sarà dura, ma ai Giochi fra due anni vogliamo provare a batterli. La sfida è lanciata. Anzi la sfida continua, è da anni che lottiamo con i danesi per le medaglie».

Avrai ora tante ore di aereo per tornare in Europa, penserai già all’obiettivo per la stagione 2027?

«No, intanto non vedo l’ora di andare in vacanza, dopo il primo training camp in Germania con la Lidl Trek andò a Toronto a trovare i miei parenti emigrati da Buja e poi in Messico con la mia Samira. Poi con il team sceglieremo gli obiettivi. Ah sì uno ce l’ho, accompagna da sempre la mia carriera: divertirmi in bici».

In Friuli erano tutti incollati alla tv per te.

«E io sono felice di aver regalato un’altra gioia alla mia gente. Grazie a tutti per il sostegno».

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